#Venezia82: Komedie Elahi (Divine Comedy), la recensione del film di Ali Asgari

«Il film non parla solo di un film non distribuito, ma di una persona che vuole andare verso la luce. Non tende al cielo [come Dante], ma alla terra. Vuole trovare salvezza dicendo di no», spiega il cineasta Ali Asgari una volta finita la proiezione di Komedie Elahi (Divine Comedy). Quello del cineasta Bahram e della sua produttrice Sadaf lungo le strade di Teheran è un viaggio morettiano su una Vespa rosa in cerca di soluzioni per proiettate il loro nuovo film. Il Ministero della Cultura ha nuovamente negato l’autorizzazione, obbligando i due a cercare canali distributivi alternativi, clandestini. Cominciano da qui una sequela di brevi scene umoristiche, che si mescolano tra il tentativo di organizzare una proiezione pubblica (una proiezione con più di cinque persone è illegale, se non autorizzata), e le assurde richieste di un losco produttore, che usa i più sciocchi sotterfugi per depistare Bahram dal suo obiettivo.

Non si può che pensare a Jafar Panahi, a cui, negli ultimi anni, è stato impedito di produrre e distribuire i propri film. In una sequenza di Taxi Teheran – con cui Divin Comedy ha evidenti assonanze -, Panahi (l’autista del taxi) ha come passeggero Omid, uno spacciatore di dvd. “C’era una volta in Anatolia o Midnight in Paris”, sono due dei titoli citati dal venditore, film distribuiti sottobanco, l’unico modo per eludere gli obblighi imposti dalla censura. La pirateria diventa sovversione (ne abbiamo parlato più approfonditamente qui). Bahram, invece, desidera e richiede una distribuzione nazionale, dopo che il suo ultimo lavoro è stato visto e apprezzato ai festival e sul territorio estero, senza dover rinunciare a nessuna delle sequenze a cui ha pensato, o alla lingua (i suoi film sono in turco-azero) con cui vorrebbe girare i prossimi lavori.

Asgari, con uno stile già personale e riconoscibile – l’incontro tra Bahram e l’uomo della commissione di censura potrebbe essere un altro dei piccoli episodi contenuti in Kafka a Teheran – affronta con brillante umorismo come l’unica possibilità di salvezza passi dal rifiuto delle regole imposte. Non è solo il film da proiettare ad essere un atto politico, lo sono i corpi – Sadaf ha i capelli blu e non porta il velo -, lo sono le risate che l’opera produce, le risate come metodo di contestazione, come forte opposizione alla serietà e alla rigidità grottesca del regime, lo sono i metodi distributivi e le catene di persone che vanno a crearsi in funzione di una libertà desiderata, in un racconto che è un continuo gioco/incontro tra realtà e finzione (meta)cinematografica. Asgari si conferma come un nuovo forte volto di riferimento per il cinema iraniano, un cineasta che, forse, ha trovato la propria salvezza in questo suo atteggiamento filmico sovversivo.

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.