Keeper – l’Eletta, la recensione: Il dread e l’estetica di Oz Perkins

Keeper - l'Eletta, la recensione del film di Osgood Perkins DassCinemag

Quello di Osgood Perkins, figlio dell’Anthony Perkins di Psyco, è un cinema che ha sempre qualcosa da raccontare. Dal sorprendente esordio The Blackcoat’s Daughter (arrivato da noi con il titolo February – L’innocenza del male), passando per l’inquietante thriller-horror I Am the Pretty Thing That Lives in the House (Sono la bella creatura che vive in questa casa) e per il meraviglioso e liminale Longlegs, Oz Perkins ha sempre veicolato messaggi attraverso le immagini orrorifiche. Che sia un ragionamento sul femminile, sul male interiorizzato, sulla famiglia, sull’oscurità dilagante o sul valore spettatoriale dei media – come in The Monkey -, Perkins ha sempre usato il cinema horror come veicolo di tematiche forti legate ad una grammatica cinematografica e un valore formale che difficilmente si trova nel cinema horror a medio/basso budget statunitense. E c’è sempre qualcosa da cogliere, da raccontare e da interiorizzare, anche nei film meno riusciti del regista. Ed è il caso di Keeper – l’Eletta (trailer), pellicola che non fa decisamente eccezione. Forse il suo lavoro più sottotono, Keeper resta comunque un horror formalista e formato, in grado di creare immagini pervadenti e pervasive che solo Perkins riesce a costruire.

Il regista statunitense, per questo suo ultimo film, decide di ridurre la portata e lavorare su un unica location, la più classica delle mansion americane in mezzo ai boschi. E quello che sembra un dolce weekend romantico si trasforma – ovviamente – in una discesa nell’incubo e nella disperazione. Ma la particolarità di Keeper non risiede nel suo viaggio nel cabin in the woods, ma nella mitologia. Come già fatto in Gretel e Hansel prima e in Longlegs poi, Perkins esplora le implicazioni di un lavoro sul folklore incasellandolo nelle tematiche contemporanee. Unisce le tinte folk horror di derivazione britannica dei Fae – le fate dei boschi, per intenderci – con una forte critica e impronta di temi come le relazioni tossiche, la patriarcalità ancestrale e la violenza di genere come ciclo ereditario che vincola le generazioni. Perkins unisce queste due realtà, queste due visioni diversissime dell’horror attraverso una tecnica che, in certi istanti, lascia a bocca aperta. Così come in Longlegs e in I Am the Pretty Thing That Lives in the House, il regista statunitense non lavora sullo shock improvviso, sul jump scare o sul terrore che sciocca lo spettatore ma sul dread, sull’attesa dell’orrore. E se l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, lo stesso vale per l’orrore: uno stato mentale che si prolunga, che si trascina e si innesta nella mente spettatoriale diventando paura dell’aver paura. Un tacito patto e accordo tra lo sguardo dello spettatore e l’immagine filmica.

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Quel patto che, involontariamente, Liz (Tatiana Manslany) stringe con le creature che abitano i muri della casa nel bosco attraverso una torta. Torta che rappresenta il pasto vincolante della tradizione inglese delle fate dei boschi. Quell’elemento che ti lega, indissolubilmente, al popolo delle foreste. E sarà proprio a partire da quel momento che il senso di angoscia tipico del cinema di Perkins inizia a sobbollire. Il dread, il momento iniziale della struttura a tre della paura a cui segue terrore e orrore, in Perkins si sviluppa all’infinito, non sfoga mai. Ed è lì che la bravura e la maestria del regista si costruisce, nella capacità di non esplodere mai, nel voler costantemente tendere la corda di violino senza mai spezzarla. Tecnica formale già usata in Longlegs, qui viene portata allo stremo e assume tutto un altro sapore. Liz è ormai legata alle presenze sinistre della casa, non ha via di fuga se non quella della morte. Perkins costruisce allora questa tensione costante, questo angoscia e questa pausa orrorifica anche attraverso la camera e lo spazio. La macchina da presa non si muove ma è l’occhio dello spettatore che scruta l’orizzonte, i fondali e le spalle dei personaggi alla ricerca di una presenza, alla ricerca di un cambiamento o un movimento. I silenzi riempiono quasi più delle urla e il nostro sguardo non si fa mai lineare – se non sul finale – osservando quasi in senso vouyeristico dall’alto o dal basso sia Liz che il suo compagno Malcolm (Rossif Sutherland).

Ed è Malcolm il secondo punto nevralgico della narrazione. Per tutto il film, la sua posizione è ambigua. È coinvolto nei movimenti della casa? È consapevole di ciò che accade oppure è una vittima anche lui? Oz Perkins gioca su questo ambiguità lasciando allo spettatore il dubbio di chi (o cosa) debba fidarsi. Un ambiguità e un senso di angoscia che viaggia lungo tutto l’arco del film. Ed è forse proprio in questa corsa che si crea la rottura narrativa e difettale del film. Qui Perkins sembra abbandonare la narrazione – e la sceneggiatura di Nick Lepard – in favore di un formalismo e un estetismo forse troppo estremo. Un fuoco che brucia lento portando con sé tanti temi, che spaziano dalle relazioni di co-dipendenza fino al patriarcato in senso storico e ciclico, come un’onta o un macchia che scorre lungo la storia e, atavicamente, colpisce tutti. È nella disparità di potere e posizione che si gioca la partita di Keeper, opera tanto formale quanto abbandonata, troppo a lungo, a sé stessa.

È solo nel finale che Perkins trova lo sbocco e la strada per chiudere una narrazione che incespica nonostante la grandezza dei temi. Un vortice che ruota su sé stesso non trovando mai una quadra se non nella visualizzazione di quel Terror che Perkins ha, brillantemente, tenuto nascosto fino all’ultimo. Ma Perkins ci permette una riflessione: non è forse la cellula primaria del cinema l’immagine racchiusa nello schermo della sala? L’immagine al di sopra di tutto, il simbolo sopra la narrazione, lo sguardo sul racconto. «She’s a Keeper» dirà Darren (Birkett Turton) a suo cugino Malcolm. Ed è un termine che assume tanti significati diversi. Una donna da sposare, certo, ma anche una custode, una guardiana, un’osservatrice. Così come un garante di un patto quasi sacerdotale o, ancora, chi si prende cura di qualcun altro. E, per Liz, assumerà tutti questi e altri significati in un film tanto imperfetto quanto forte visivamente. Perkins, anche quando spara a salve, difficilmente sbaglia la mira. E, ancora una volta, ha dimostrato di essere uno dei registi più talentuosi della sua generazione e di avere tantissimo da raccontare. Anche quando sbaglia.

In sala dal 12 marzo.

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