#RomaFF20: It’s Never Over, Jeff Buckley, la recensione del film di Amy J. Berg

It's Never Over, Jeff Buckley, recensione

«I don’t really need to be remembered, I hope the music’s remembered». Il rapporto di Jeff Buckley con la notorietà è ambivalente. Da un lato, raggiungerla gli ha permesso, almeno in parte, di esorcizzare la paura di venire per tutta la vita paragonato al padre e di vedere riconosciuta da un vasto pubblico la sua assoluta unicità artistica e la genialità del suo folgorante talento. Dall’altro lato, la conquista della fama ha significato trovarsi ad occupare la medesima posizione un tempo occupata da Tim Buckley, quella di ‘stella nascente della musica americana’. Le interviste diventano per il giovane autore di Grace – suo unico album in studio, pubblicato nel 1994 per la Columbia Records – campo di costante e, spesso, forzato confronto con la figura paterna, in seguito al definitivo decollo della sua carriera non tanto sul piano musicale, quanto su quello puramente personale.

Come se il corso degli eventi avesse portato Jeff, che da Tim non è stato cresciuto e che, senza considerare il mancato ruolo genitoriale, non ha avuto né la possibilità né il tempo di conoscerlo davvero in vita, a dover definire il proprio rapporto con colui che l’ha concepito e dal quale ha ereditato buona parte del suo patrimonio genetico sotto la pressione e nel mezzo del pressappochismo della pubblica piazza. Ma arriva un punto in cui Jeff riesce a chiarire: no, non odia suo padre. Anzi, prova grande stima artistica verso Tim, il quale, tuttavia, semplicemente suo padre non è. E anche mentre, prima ancora che si concepisca la possibilità di un altro Buckley nel firmamento delle leggende musicali statunitensi, esegue con voce tremante in un tributo dedicato al ‘Buckley folk’ I Never Asked to Be Your Mountain – dall’album Goodbye and Hello (1967) –, Jeff dimostra che, al di là del cognome che porta, possiede «A Voice of His Own».

It's Never Over, Jeff Buckley recensione

Ciò che su tutto rende It’s Never Over, Jeff Buckley (trailer), il docufilm diretto e prodotto da Amy J. Berg e presentato nella sezione Freestyle della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, un’opera meritevole è il profondo rispetto che essa stessa pratica, e, in tal modo, trasmette al suo pubblico, verso l’artista che racconta e celebra. C’è l’impressione che la narrazione di Berg sia riuscita a restituire a pieno la verità di Buckley, innanzitutto esaudendone la volontà di vedere sopravvivere ed acquisire valore nel tempo non tanto la sua immagine, quanto ciò attraverso cui prioritariamente ha scelto di esprimersi: la sua voce e la sua musica. Certamente il documentario evidenzia i simboli di cui la figura di Buckley si è fatta, pur inconsapevolmente, portatrice per la generazione ad essa contemporanea e per quelle a venire, evitando però di romanzarne la vita, alimentare l’aura di leggenda che attorno alla stessa si è andata creando e ridurre l’artista alla sua storia, dando piuttosto rilevanza predominante alla sua arte.

L’elemento del film che con maggiore frequenza pone lo spettatore in contatto diretto con Jeff Buckley è, appunto, la voce di questi: non solo quando canta in tracce registrate in studio o eseguite dal vivo, anzi per lo più mentre parla, in estratti di interviste concesse nel corso della sua fulminea carriera, o nelle varie note vocali lasciate in segreteria alle persone da lui più amate. Berg ci permette di vedere Buckley solo distrattamente e in poche occasioni, mettendoci invece nelle condizioni di poterlo ascoltare con attenzione intrisa di pathos, poterne recepire ed interpretare ogni singola articolazione del pensiero come se egli stesse comunicando con noi dall’interno. I suoni pronunciati con grazia e delicatezza da Buckley si snodano in sottofondo mentre sullo schermo scorrono immagini, talvolta statiche talvolta in movimento, che lo ritraggono in compagnia di amanti, celebri ammiratori o da solo su un palco, davanti ad un microfono e con una chitarra in mano. Alcune altre volte, poi, si tenta di rappresentare visivamente la poesia delle riflessioni e dei testi di Buckley tramite animazioni sovrapposte a tali filmati e fotografie d’archivio, senza scadere troppo nel didascalico e anzi conservando sommariamente il potere evocativo delle parole scelte dal cantautore.  

Era davvero necessario un documentario su un personaggio noto e idolatrato come Jeff Buckley? Lo era di sicuro questo documentario, il quale, per quanto possibile, lascia che a ripercorrere la sua parabola sia il cantautore stesso, pur accompagnato da altre e tre voci principali – quelle di sua madre Mary Guibert e delle storiche compagne Rebecca Moore, attrice di teatro sperimentale a cui è dedicata, tra le altre, la struggente Lover, You Should’ve Come Over, e Joan Wasser, all’epoca della relazione con Buckley violinista nella band indie-rock The Dambuilders. L’ascolto di Grace, traccia per traccia, è per molti un viaggio spirituale, esperienza che, per essere vissuta a pieno, non può non giovare dell’accesso al punto di vista privilegiato offerto da Berg sul Jeff Buckley uomo e terreno, fragile e straordinariamente inarrendevole. Tanto da farci pensare, a fine visione, che la regista avrebbe potuto concedere alla sua narrazione anche un tempo maggiore per espandersi e penetrare ancora più in profondità negli anfratti della persona e dell’animo di Buckley che così abilmente riesce a svelare.

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