Intervista a Lee Hwan, regista di Young Adult Matters e Project Y

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Dopo lo scoppiettante successo di Young Adult Matters, il regista sudcoreano Lee Hwan, torna a lasciare il segno sul panorama internazionale con il suo nuovo film Project Y (trailer). Dal dramma del primo si passa qui a un noir tutto al femminile, dove il senso di rivincita e riscatto delle protagoniste diventa il fulcro del lungometraggio. Servendosi ancora una volta di grandi attrici come Han So Hee (nota per k-drama come My Name) e Jeon Jong-Seo (di recente protagonista del film d’azione Ballerina), il regista torna a interrogarsi sul disagio giovanile che prende costantemente nuove forme. Nel raccontarlo mantiene un approccio realistico, cercando una verità profonda, piuttosto che una scelta falsamente consolatoria e comoda ai fini della narrazione. Le due protagoniste sono imperfette, le loro ferite riaffiorano in superficie costantemente, eppure è proprio questa la forza dell’opera. Ad accompagnare i movimenti delle protagoniste torna poi l’ambientazione notturna tra le vibranti luci al neon di Seoul, mantenendo la tensione alta fino all’inevitabile scontro finale. In occasione della presentazione del suo nuovo film al Florence Korea Film Fest, abbiamo avuto la possibilità di porre al regista qualche domanda.

Nel Q&A avvenuto ieri al cinema La Compagnia ha dichiarato che per Project Y l’idea iniziale era quella di realizzare un melodramma tra un uomo e una donna. Poi ha invece deciso di modificare questo aspetto, trasformandolo in un film di genere, optando per un noir con due protagoniste femminili. Come mai ha fatto questo cambiamento e perché ha pensato che fosse la scelta vincente per questo film?

Anche i miei film precedenti hanno un arco femminile molto importante. Si vedono moltissimi noir che hanno come protagonisti un uomo e una donna ed è uno schema visto e rivisto. Quindi ho cercato di modificare il mio approccio e ho pensato “E se invece le protagoniste fossero due donne cosa succederebbe? Cosa cambierebbe?”. E così nasce l’idea che mi ha portato a questo cambiamento.

Come nel precedente film Young Adult Matters, nei suoi film ritorna sempre questa ricerca disperata da parte dei personaggi di evadere dai propri problemi e dalla loro realtà. Sul finale però in entrambi i film le protagoniste si trovano a fare i conti con la loro situazione. Nel caso del suo ultimo film Project Y c’è proprio la scelta esplicita di restare a Seoul invece che scappare, per distruggere la loro nemesi. Perché è una scelta ricorrente nel suo cinema?

Mi sono concentrato molto sul quesito “qual è la realtà?” Sono del parere che nei film un po’ di speranza ci debba sempre essere, ma trovo che sia limitante pensare che dalla fuga si possa sempre raggiungere la felicità. Ho voluto proprio dare l’idea che anche scegliendo di rimanere nella situazione ci sia una crescita e di conseguenza una speranza. Può questa speranza essere ritenuta un ending realistico? Non si può sapere per certo. Trovo che sia un quesito che è giusto porre alle nuove generazioni che vivono nella nostra era contemporanea. Per esempio, presupponiamo che ci sia una persona in una situazione piuttosto complicata e difficile. Si può dire sicuramente “Fatti forza” o “Ce la puoi fare”. Piuttosto che frasi come queste però si potrebbe anche dire “È giusto che possa essere difficile, non devi farti forza, va bene anche se ora sei in stallo in un periodo complicato.” Credo che questi siano degli incoraggiamenti che a loro volta possano effettivamente spronare a una crescita personale.

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Sempre nel Q&A di ieri ha accennato al fatto che con le attrici ci sia stato uno scambio continuo, in cui anche esse facevano proposte per la costruzione attiva dei loro personaggi. Può approfondire questo aspetto?

SI, credo che sia una mia modalità di comunicare e di produrre i miei film. Questo è la mia terza opera, e ancora una volta la linea principale è al femminile. Io da regista uomo, pur cercando di mantenere il mio messaggio, preferisco avere questo processo in cui cerco di ascoltare e accogliere quello che hanno da dire le attrici riguardo lo status emotivo ed empatico dei personaggi. Quindi cerco sempre di rapportarmi con ciò che pensano loro in quanto attrici donne, pur cercando di mantenere quello che voglio esprimere io stesso.

In Young Adult Matters interpreta il ruolo di Jae-Pil, personaggio molto importante per gli sviluppi della storia. Cosa lo ha spinto a recitare nel suo stesso film e perché proprio in quel ruolo?

Credo che il motivo per cui ho scelto di interpretarlo era per il senso di sfida che mi dava. Mettiamo per esempio il calcio. C’è il coach che è attivo al di fuori del campo, mentre gli atleti si ritrovano ad agire dentro di esso. Invece nel mio film, stando “dentro il campo” ho voluto interagire con i miei stessi attori inserendomi in quanto personaggio io stesso. È stato un modo stimolante di dirigere il lungometraggio perché facevo sì che i miei attori si mettessero in quella data situazione interagendo con me proprio sul campo. E ho anche sperimentato sulla mia pelle che è molto difficile e faticoso quindi non credo che lo faro più!

Domande a cura di Livia Minorenti e Francesco Rosati.

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