INTERVISTA A CITTO MASELLI – IL REGISTA HA UN NUOVO PROGETTO NEL CASSETTO

Il nostro collaboratore Gianmarco Cilento ha intervistato il noto regista romano Citto Maselli, autore di ben sedici lungometraggi di finzione, nonché di venti tra cortometraggi e documentari. Hanno lavorato con lui tra i più importanti attori del cinema italiano: Claudia Cardinale, Nastassja Kinski, Sergio Fantoni, Monica Vitti, Gian Maria Volonté. Il suo ultimo film risale al 2009 ed è intitolato “Le ombre rosse”.

In occasione della notizia di un suo ritorno dietro la macchina da presa siamo andati a intervistarlo nella sua casa di Roma per ricostruire le tappe più importanti della sua lunga carriera.

Francesco “Citto” Maselli sei considerato da alcuni l’ultimo neorealista del cinema italiano. I tuoi primi lavori sono Tibet proibito e Bagnaia, villaggio italiano del 1949. Che ricordo hai di questi? 

Citto Maselli: Tibet proibito è uno sbaglio! Ho fatto il montaggio, non è mio. Ho provato a correggerlo, ma continuano a metterlo. Bagnaia fu il primo vero film.

Ce n’era un altro andato perso…

C.M: Sì, Finestre purtroppo. Raccontava dell’importanza della finestra.

Il primo tuo lungometraggio vero e proprio Gli sbandati (1955), oltre ad aver ottenuto all’epoca la menzione speciale al Lido di Venezia, di recente è stato anche scelto tra i primi 100 film italiani da salvare…

C.M: Fu un’operazione abbastanza complicata. Non c’erano soldi e allora fu finanziato da un intelligente aristocratico italiano, Nicola Caracciolo. E poi anche da Luchino Visconti. Il film l’ho girato vicino Crema, nella villa del maestro Toscanini, mentre Visconti stava facendo le prove di un lavoro teatrale a Milano. Allora venne a trovarmi e mi dette quasi un milione una volta e quattro milioni un’altra volta. E questo ci permise di andare avanti. Quello è un film a cui tengo molto. Però speravo di poter ottenere il Leone d’argento.

I tuoi film più importanti degli anni Sessanta sono I delfini (1960) e Gli indifferenti (1964). Entrambi si avvalgono della collaborazione di Alberto Moravia, che nel primo collabora alla sceneggiatura. Il secondo è tratto proprio dal suo romanzo. Che rapporto c’era tra te e Moravia?

C.M: Molto buono, eravamo molto amici. Lui era un personaggio curioso, interessante. Ricordo che quando Moravia compì 80 anni era a Parigi e fece una grande commemorazione alla Sorbona. Lui volle che proiettassero proprio Gli indifferenti perché gli piacque molto. Dopo la proiezione ci fu un dibattito dove erano presenti tutti i professori dell’università, uomini molto pieni di sé. Abbiamo cominciato a discutere, e siccome cercavamo di prenderci in giro l’uno con l’altro, io dissi: “Lui per vendere i diritti era pronto a qualunque cosa”. E quei cretini dei francesi si imbarazzarono molto, anzi alcuni se ne andarono perché pensavano stessimo facendo un discorso un po’ frivolo. Dopo io sono andato a cena con Moravia e gli ho detto: “Mi devo scusare con te, ti ho rovinato una festa” e lui: “No, non è vero, hai fatto benissimo, abbiamo insegnato a questi insopportabili francesi quanto è importante non prendersi mai troppo sul serio”. Fu una cosa che mi colpì molto…

Hai avuto modelli ispiratori per i tuoi primi film?

C.M: Beh, il modello è sempre stato Visconti, sia per Ossessione che per La terra trema che è un capolavoro assoluto!

Quindi parliamo del Visconti più naturalista… Ancor più interessanti sono i tuoi lavori tra il 1967 e il 1970, quelli li reputo lavori di “rottura”.

C.M: Certo. Fai in fretta ad uccidermi, ho freddo è un film che odio. Fu un mio tentativo di fare una commedia, ma non ne sono portato. Nasce così: io e la mia compagna andavamo a mare a Ravello. Affittavamo una villa che costava molto poco, ma dicevano ci fossero gli spiriti. Venivano molti ospiti da noi. Uno in particolare era un regista inglese che si chiamava Karel Reisz – fece un film eccellente, Sabato sera, domenica notte (sic). Parlavamo tanto e dicevamo: “Che noia fare sempre questi film di denuncia, proviamo a fare una commedia che dica le stesse cose con più leggerezza”. Lui fece un bel film Morgan, matto da legare. Io invece feci un film che non riuscì. Sono rimasto molto dispiaciuto perché c’era Monica Vitti, che era una grande attrice, e non ho potuto darle qualcosa di meglio. Poi ho fatto un’altra commedia, neanche questa molto riuscita, Ruba al prossimo tuo con Rock Hudson. Lettera aperta ad un giornale della sera del 1970 è invece un film a cui tengo molto. Molto autobiografico perché è sugli intellettuali comunisti e sulla crisi che allora molti di noi vivevano. Io sono comunista dal 1943. Durante l’occupazione tedesca ho fatto la resistenza con Luigi Pintor. In quel film gli intellettuali rimangono delusi dal fatto che non si faccia mai la rivoluzione.

Il sospetto (1975) è il migliore dei tuoi film politici. Come nasce e perché?

C.M: Il sospetto lo devo molto a uno sceneggiatore, Franco Solinas. E a Gian Maria Volonté, che era un attore/autore che entrava veramente dentro al personaggio. Nel film lui ha avuto di fatto un ruolo “creativo” vero e proprio. Poi quella era l’epoca in cui uscì la Storia del Partito Comunista di Paolo Spriano, che raccontava molte cose vere. Noi eravamo abituati a una versione un po’ edulcorata della storia del nostro partito. Poi ci fu un editore comunista, La Pietra, che pubblicò una serie di autobiografie interessantissime, una si chiamava Rivoluzionari di professione. E dal libro di Spriano e da quelle storie personali di militanti durante il fascismo, mi è venuto in mente di fare un film su un militante comunista a Parigi che viene mandato in Italia. Infine ne venne fuori una storia ancor più corposa che è quella de Il sospetto. Lo ha visto lei?

Certo. La tua ultima avventura cinematografica Le ombre rosse (2009) è un’operazione cinematografica volutamente anomala. L’utilizzo del doppiaggio, una sofisticata delineazione della fotografia…

C.M: Vuole essere un film sull’oggi. Attraverso la storia di un centro sociale, racconto un tipo di pericolo di abbandono della politica. Ho inventato questa storia e l’ho girata con molta passione.

I ritratti femminili nei tuoi film sono quasi sempre predominanti, in questo caso la psicologia della donna la fa da padrone. Come si è sviluppata questa cosa nel corso degli anni?

C.M: Molto attraverso le diverse attrici. Lucia Bosè per Gli sbandati non era una grande attrice, però aveva una presenza emozionante e straordinaria. Poi un altro film, La donna del giorno, aveva come protagonista Virna Lisi, che ho scoperto io, ma c’è stato anche un grande incontro con un’altra attrice, Haya Hararit. Israeliana, comunista come me, con la quale si è instaurato un bellissimo rapporto, faceva da co-protagonista. Dall’incontro con Haya mi sono molto avvicinato ai problemi femminili. Poi lei ha sposato Jack Clayton, un grande regista inglese. Vive in Inghilterra, ma ci sentiamo al telefono quasi tutti i giorni! Poi ho avuto una compagna siciliana, Goliarda Sapienza, siamo stati insieme vent’anni. Ma era anche attrice, così fece una parte ne Gli sbandati. Anche lei è stata molto significativa.

Un tuo ritorno sullo schermo sarebbe gradito. Hai qualcosa nel cassetto, è previsto?

C.M: Lo sto scrivendo, ma sono molto in dubbio sul finale. Lo sto sviluppando e non vorrei fare un finale completamente negativo. Sto cercando di trovare la giusta misura (ride). Ho già il produttore e un’attrice: Nastassja Kinski, con la quale ho fatto altri film, una donna di valore, intelligente, ma soprattutto con vero e proprio temperamento. Con lei e Valeria Golino mi sono trovato particolarmente bene.

Un particolare ringraziamento ad Ennio Bispuri e Simone Scanzoni

 

di Gianmarco Cilento

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