In the Hand of Dante, la recensione: la discesa all’inferno di Julian Schnabel

In the Hand of Dante, la recensione

Cosa rende un’opera immortale? Il talento, l’ispirazione o una ferita abbastanza profonda da trasformare il dolore in arte?

In the Hand of Dante (trailer), il nuovo film di Julian Schnabel tratto dall’omonimo romanzo di Nick Tosches, prova a rispondere a questa domanda intrecciando due epoche distanti settecento anni, ma destinate a specchiarsi l’una nell’altra. Nel Trecento, Dante Alighieri (Oscar Isaac) è in esilio, povero e disperato, e trova nella scrittura della Commedia l’unico modo per non soccombere al proprio dolore. Nel presente, Nick Tosches — interpretato dallo stesso Isaac — è uno scrittore cinico segnato da un lutto, che viene ingaggiato da un clan italo-americano di New York per autenticare un manoscritto rubato alla Biblioteca Vaticana: quello che sembra essere l’originale della Divina Commedia. La tentazione di rubarlo a sua volta lo trascinerà in un vortice di pericolo che, paradossalmente, è anche l’unica cosa capace di restituirgli un’ispirazione perduta.

È proprio attorno a questa sovrapposizione che si sviluppa il nucleo tematico del film: l’idea che la grande arte non nasca mai dalla serenità, ma da una discesa personale all’inferno. Schnabel mette in scena questa visione attraverso un cast che recita doppio, con attori chiamati a incarnare versioni speculari di sé stessi. Il caso più riuscito è quello di Gal Gadot, che interpreta sia Gemma Donati, la moglie reale e trascurata da Dante a favore dell’idealizzata e irraggiungibile Beatrice, sia Giulietta, la donna che nel presente rischia di perdere Nick per la sua stessa ossessione verso il manoscritto. In questo modo, il film sembra suggerire che si può essere grandi artisti solo a patto di essere persone terribili con chi si ama: una provocazione che attraversa l’intero racconto e che sembra non offrire mai una via di fuga.

In the Hand of Dante, la recensione

Questa ambizione tematica, però, si scontra con un’esecuzione poco convincente: se da un lato il film costruisce un dramma storico-filosofico, quasi mistico, sulla sofferenza del poeta in esilio, dall’altro lo intreccia con un gangster movie fatto di minacce, gerghi di strada e figure mafiose. Il risultato è un continuo cortocircuito tonale, dove dialoghi densissimi sulla redenzione dell’anima vengono interrotti da scene appartenenti ad un immaginario completamente diverso, che impediscono allo spettatore di stabilizzarsi su un unico registro. A ciò si aggiungono personaggi che declamano massime filosofiche invece di affrontare realmente i propri conflitti e una sezione medievale popolata da divi hollywoodiani in costumi impeccabili che perde ogni traccia di concretezza storica.

Ma a rendere ancora più ambiguo il destino del film è il suo stesso modello produttivo. In the Hand of Dante nasce come un kolossal d’autore nel senso più classico del termine: girato tra la Toscana e la Biblioteca Marciana di Venezia e sostenuto da un budget imponente, è pensato per l’impatto della sala. Eppure, dopo una distribuzione cinematografica ridotta al minimo indispensabile per qualificarsi ai premi, in Italia è arrivato al grande pubblico direttamente su Netflix. Una scelta che, se da un lato consente al film di trovare uno spazio alternativo, dall’altro ne ridimensiona l’impatto visivo su cui il regista aveva costruito buona parte della propria ambizione. 

In questo modo, l’opera finisce per essere segnata dalla stessa contraddizione che racconta: la ricerca di un’immortalità artistica che, nel tentativo di essere raggiunta, resta sospesa tra ciò che voleva essere e ciò che non riesce a diventare. Ma non è forse questo il vero prezzo dell’arte? Rincorrere l’assoluto sapendo di poterlo, al massimo, solo sfiorare?

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.