#ImmaginariaFilmFestival20: I cortometraggi

immaginaria film festival, ventesima edizione

Immaginaria Film Festival è il primo festival internazionale di cinema indipendente a tematica lesbica e femminista in Italia, fondato a Bologna nel 1993. Lo scopo del festival è quello di portare sullo schermo lo sguardo di donne audaci, registe indipendenti che con le loro storie coraggiose e ribelli si pongono l’obiettivo di cominciare a piantare un seme per costruire un mondo migliore.

Noi di DassCinemag siamo qui per riportarvi alcune tra le visioni più interessanti tra quelle viste durante l’evento.

BLIND DATE (2022; M. Khaouli)

June (Mona Khaouili) deve recarsi a un appuntamento al buio con una sconosciuta che potrà riconoscere solo dai suoi calzini rosa. Dopo un evento scioccante, la protagonista raggiunge il bar stabilito, i cui tavolini sono occupati da donne diversissime che condividono un unico elemento del vestiario: i calzini rosa. June esamina i volti tra cui si nasconde quello che cerca: come farà a trovare la sua May? È possibile trovare la persona giusta tra la miriade di scelte disponibili? E se proprio la caratteristica che dovrebbe renderci unici (i calzini rosa) non fosse così speciale? 

Tutto si regge sull’espressività di Khaouili, regista e attrice che riesce a conferire comicità persino al timore devastante di non essere destinati all’amore. La forza del cortometraggio risiede nella sceneggiatura su cui ha lavorato anche May Ziadé, collaboratrice di Wes Anderson. Racconto frizzante di eventi tragicomici in cui tanto le battute quanto i silenzi straniti diventano esilaranti, Blind Date risulta impattante nella sua descrizione realistica del caos onnipresente negli incontri umani. 

Di Noemi Mosca.

LUMEN (2024; S. Bèlanger)

Nella prima scena di questo breve film, Claude (Carmen Sylvestre), protagonista settantenne, ci rivolge le spalle flebilmente illuminate. Per tutto il corto lei non è sfiorata dalla luce del sole ma solo da quella dei suoi surrogati, come lo schermo del computer, indispensabile per la sua ossessione di comprare compulsivamente lampade online. Lei inizia a contrattare in chat con una venditrice per l’acquisto di una lampada kitsch, quando un tuono segna la scoperta della vendita dell’oggetto a un’altra persona, scatenando l’ira di Claude. 

Scritto e diretto da Stéphanie Bélanger, accreditata per gli effetti visivi in vari film hollywoodiani, Lumen ha ottenuto il premio GEMFest per la performance di Sylvestre, vittoria che non sorprende: ci sentiamo coinvolti nell’avventura apparentemente banale di Claude, che in realtà non è un capriccio ma una missione. Nulla potrebbe compensare la perdita della lampada perché la donna trova il suo sole quotidiano nell’incontro con altri: ogni lampada acquistata porta nella sua vita solitaria un frammento di luce, simbolo di un incontro passato

Lumen è un’ottima prova di regia che si contraddistingue per una fotografia fioca che evoca un’atmosfera domesticamente intima e asfissiante. Il cortometraggio stupisce, intenerisce e rovescia l’iniziale diffidenza nei confronti della signora, portando lo spettatore a provare solidarietà per una persona la cui gioia risiede nella contemplazione di lampade e nella possibilità di trovare qualcosa di umano oltre le nuvole temporalesche che infestano il mondo esterno. 

Di Noemi Mosca.

SISTER WIVES (2024; L. CONNOLLY-BURNHAM)

Sister Wives è un cortometraggio diretto da Louisa Connolly-Burnham, storia di un amore nato tra crocifissi di divinità sorde e cieche di fronte alle sofferenze delle protagoniste. Kaidence (interpretata dalla regista) vive in una comunità poligama nello Utah, a Shore Creek, incastrata in una bolla di follia senza tempo: la sua vita viene sconvolta dalla scelta del marito di prendere una seconda moglie, Galilee (Mia McKenna-Bruce). L’ostilità iniziale tra le due donne si trasforma presto in un legame simbiotico e pericolosissimo, su cui incombe sempre l’ombra dello sguardo maschile e della comunità patriarcale a cui appartengono. In un sistema che vede il piacere e la libertà femminile come atti di peccato, la congiunzione di questi elementi diventa la massima forma di ribellione e salvezza per le due protagoniste, complementari nelle loro timide forme di resistenza.

Quanto sarebbe crudele tentare di strappare a Kaidance l’unica forma di gioia che abbia mai conosciuto?

Di Noemi Mosca.

THE BIRTH OF A BEAUTIFUL BUTCH (2021; G.R. Harris)

In quello che sembra un classico liceo americano è il giorno delle fotografie scolastiche. Ogni studente è costretto a posare davanti all’obiettivo: alcuni sono sorridenti e sicuri di sé, mentre altri preferirebbero essere altrove. Alex, una ragazza evidentemente a disagio, aspetta il suo turno, poi siede riluttante davanti alla fotocamera, senza riuscire nemmeno ad alzare gli occhi. Ma mentre è lì, impotente e vulnerabile, dentro di lei accade qualcosa.

Nella sua immaginazione si trasforma. I capelli lunghi e lisci vengono rasati via e la divisa fatta di gonna e maglioncino viene rimpiazzata da camicia e pantaloni che sembrano fatti su misura. Per un attimo, e solo nella sua mente, Alex trova se stessa, quella vera, che non è ancora riuscita ad emergere. In tre brevissimi minuti Gia-Rayne Harris trasmette perfettamente la sensazione di essere in trappola in un’immagine che non ci rispecchia e di avere un mondo dentro, ma il terrore di mostrarlo.

Di Miranda Rinaldi.

A BIRD HIT MY WINDOW AND NOW I’M A LESBIAN (2024; C. M. Murphy – AJ Dubler)

In questo splendido corto realizzato in stop-motion, lo schianto di un’uccello provoca un incontro fortuito che cambierà il corso di una vita. Una bizzarra ragazza (Fionn) si presenta alla porta di Grey portando il corpo del povero animale che le ha appena incrinato il vetro della finestra e, prima di rendersene conto, le due si trovano a tenere un funerale sul tetto per il volatile. Insieme trascorrono un’intera nottata a metà tra sogno e realtà in cui la sconosciuta sconvolge la vita di Grey, portando a galla sensazioni e rivelazioni tenute ben nascoste fino a quel momento.

La mattina seguente, come dopo uno tsunami, Grey deve fare i conti con il passaggio di Fionn ma, nonostante i danni, ormai è libera di essere se stessa. A bird hit my window and now i’m a lesbian è una piccola gemma dall’umorismo caustico e un’animazione incantevole, che riesce a trasmettere tantissimo in un tempo più che ridotto, un’esperienza catartica e confortante che sembra dire “andrà tutto bene”.

Di Miranda Rinaldi.

HER CURVE (2022; J. Chessen, S.J.Calvert)

her curve, la recensione

Her Curve racconta dell’incontro tra Jordan, un’artista, e Grace, la modella che si trova a ritrarre ad una lezione di pittura. Tra gli sguardi silenziosi che le due si scambiano, sembra scattare qualcosa e questa scintilla si mostra attraverso il disegno di Jordan. Sebbene il dipinto non venga mostrato vediamo la reazione di Grace, quasi sconvolta dalla bellezza con cui l’altra donna l’ha rappresentata.

Pur non godendo di una magnifica fotografia, il corto sfrutta al meglio gli strumenti, seppur limitati, con cui è stato realizzato, valorizzando il gioco di sguardi con inquadrature che fondono le due donne, con un blocco da disegno a coprire il corpo nudo della modella. È un dolce esempio di come, a volte, possiamo scoprire la nostra vera bellezza solo attraverso gli occhi degli altri. Her Curve è solamente un accenno di qualcosa che meriterebbe di essere esplorato più a fondo: una storia d’amore saffico tra due donne mature, un’amore tenero e sincero di cui esistono pochissime altre rappresentazioni.

Di Miranda Rinaldi.

DEAD LESBIANS (2023; E. J. Torkkola)

C’è ancora motivo di avere paura, di aspettarsi che tutto andrà male? Isabelle (Yassica Switakowski) è in preda alle insicurezze e al nervosismo che precedono un atteso primo appuntamento: tra qualche ora incontrerà una giovane donna (Shamita Sivabalan) conosciuta su una dating app. A consigliarla, lo spirito di Dorothy Ainsworth (Jennifer Vuletic), autrice di romanzi pulp anni Cinquanta, con al centro relazioni amorose tra donne, concluse, inevitabilmente, in tragedia.

In Dead Lesbians – cortometraggio diretto da Eva Justine Torkkola e scritto da Jaq Avery –, Vuletic è perfettamente credibile nei panni di Ainsworth: ne trasuda tutto l’irresistibile dark humor, nonché la catartica commozione alla vista di un amore fra donne espresso, senza timore, in pubblico. Ma non basta il carisma di Dorothy a rendere più incalzanti dialoghi che pure provano, senza riuscirvi, a prendere il ritmo. La narrazione è piuttosto piatta: non si assiste né alla graduale costruzione né al progressivo rilascio di una tensione sempre necessaria al coinvolgimento dello spettatore. Alla fine, si rimane con la sensazione che lo scambio tra Isabelle e Dorothy non fosse poi così necessario.

Di Francesca Protano.

SAIGON KISS (2024; Hong Anh Nguyen)

Saigon è la città più popolata del Vietnam. Un viaggio in motorino per le sue strade, cercando di farsi spazio fra miriadi di altri veicoli, è per Mo (Nguyen Vu Truc Nhu) e Vicky (Thuong Le) uno dei più piacevoli delle loro vite.

In Saigon Kiss – cortometraggio scritto e diretto da Hong Anh Nguyen – il rumore del traffico, in secondo piano, non fa distogliere l’attenzione dalla tenera connessione presto stabilitasi tra le due giovani. Neanche l’accompagnamento musicale di Nodey distrae, intervenendo moderatamente. Assente nelle scene di dialogo, per porre in risalto la naturalezza dello scambio fra Mo e Vicky, si insinua laddove la distanza tra il film e le sue protagoniste si allunga, quasi a concedere loro un momento di privacy. La macchina da presa, d’altra parte, alterna push-in e pull-out e mima sul piano estetico-visivo l’andamento delle interazioni tra le giovani.

Saigon Kiss potrebbe lasciare insoddisfatto lo spettatore. La promessa del titolo non viene mantenuta, il finale è un cliffhanger. Mo e Vicky si rivedranno? Approfondiranno il loro legame?

Di Francesca Protano.

COUSINS (2023; K. Dandashi)

Cousins, recensione

Lo short film Cousins – scritto, diretto e interpretato da Karina Dandashi – esplora il tentativo di due cugini di riconnettersi dopo anni di distanza affettiva: lui le confessa di star per divorziare, lei fa coming out. Ottimamente riuscita l’intesa tra gli interpreti protagonisti, Dandashi e Ribal Rayess: sembrano aver davvero trascorso l’infanzia assieme e condividere una memoria comune. L’affetto che lega i loro personaggi emerge sin dal primo atto, in cui tra i due deve ancora sciogliersi del ghiaccio.

È principalmente dovuta alla solidità della sua struttura narrativa la partecipazione che Cousins induce nello spettatore. Il cortometraggio è ambientato quasi interamente in un unico locale, nel corso della stessa serata; ciò non ha impedito all’autrice di portare alla luce un racconto – per quanto all’apparenza leggero – complesso, sfruttando le diverse sfumature della situazione rappresentata. Basta il trasferimento dei personaggi da un’area all’altra del locale a segnalare il passaggio tra i diversi atti. Nella sezione centrale, in particolare, il film offre il suo migliore intrattenimento, con una rapida ed esilarante successione di momenti comici, che segue all’incontro dei cugini con la ex della protagonista accompagnata dal nuovo partner.

La leggerezza di Cousins sta nella sua intelligenza.

Di Francesca Protano.

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