
Torna nelle sale Il silenzio degli innocenti (trailer), il film del 1991 diretto da Jonathan Demme e tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris. È uno dei soli tre lungometraggi nella storia a essere stato premiato agli Oscar nelle cinque categorie principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attrice a Jodie Foster nei panni di Clarice Starling e miglior attore ad Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter.
E’ proprio su quest’ultimo che bisogna soffermarsi. Famoso per essere sullo schermo per soli sedici minuti, su una durata complessiva di circa due ore. Eppure, quei sedici minuti bastano e avanzano per rendere Lecter una figura iconica e indelebile. La sua recitazione, intensa e chirurgicamente perfetta per lo stile horror, arrivò a un livello tale da terrorizzare la sua co-protagonista: come affermò la stessa Jodie Foster, durante le riprese e sul set, tra una scena e l’altra, ha evitato di rivolgergli la parola. Una distanza che probabilmente ha nutrito la chimica glaciale che vediamo nel film. La sua reale paura ha reso più realistica la sua performance.
Per entrare nella mente e nel corpo di questo personaggio, Hopkins non si limitò a leggere il copione. Si ispirò a uno dei serial killer più celebri della storia americana, Charles Manson, guardando ossessivamente gli interrogatori fatti a lui dalla polizia. Da lì prese soprattutto la tendenza a non sbattere mai le palpebre, dettaglio apparentemente minimo ma che contribuisce a rendere quello sguardo così inquietante e non umano. Ma Hopkins andò oltre: partecipò di persona a processi giudiziari, visitò carceri e studiò il comportamento di diversi serial killer nei minimi dettagli. Era talmente calato nella parte che alcune delle frasi più celebri furono addirittura improvvisate sul momento; era riuscito a entrare così bene nel personaggio da non avere alcuna difficoltà a parlare come se fosse lui stesso.
E se Hopkins ha rubato la scena in soli sedici minuti, va detto che Jodie Foster se l’è tenuta stretta per tutto il resto del film. La sua Clarice Starling non è una semplice protagonista, è il punto di vista attraverso cui viviamo l’intera storia. Demme la riprende quasi sempre ad altezza sguardo, spesso in soggettiva, per farci sentire esattamente quello che prova lei: il disagio di una giovane donna in un mondo di uomini. La scena iniziale nell’ascensore, con lei circondata da agenti dell’FBI alti il doppio, o quella all’obitorio dove tutti la fissano mentre lei cerca di fare il suo lavoro, non sono casuali. È tutto pensato per metterci nei suoi panni. Tra l’altro, la parte fu prima offerta a Michelle Pfeiffer, che rifiutò perché trovava la storia troppo disturbante. Foster invece la volle con insistenza, e alla fine portò a casa un Oscar più che meritato.

Un’altra cosa che spesso passa inosservata ma che contribuisce non poco all’atmosfera del film è la scelta registica di Demme nei dialoghi con Lecter. Quando Hannibal parla, guarda direttamente in macchina, cioè guarda noi. Rompe la quarta parete e mette lo spettatore esattamente nella posizione di Clarice: siamo noi a essere interrogati, analizzati, giudicati. È un espediente sottile ma devastante, ed è uno dei motivi per cui quelle scene mettono così tanto a disagio anche dopo averle viste decine di volte.
E proprio a lui, Hannibal Lecter, è affidata la frase che forse più di ogni altra riesce a svelare il cuore pulsante dell’intera storia. Quando dice “Gli agnelli hanno smesso di gridare”, non sta solo congedandosi da Clarice. In inglese “agnelli” è lambs e il titolo della pellicola è proprio The Silence of the Lambs. Questi agnelli sono la metafora di tutte le vittime che Clarice vorrebbe disperatamente salvare ma non può, un trauma che la perseguita fin dall’infanzia. Solo nell’epilogo, con il salvataggio di Catherine Martin, Clarice riesce a strappare una vita al pozzo. Salvando lei, riesce un po’ anche a mettere a tacere il suo trauma legato agli agnelli e a fermare, finalmente, la cattura delle possibili future vittime dell’assassino.
E a proposito di pozzo e di buio: va fatta una menzione anche al lavoro sul suono, che in un film che si chiama Il silenzio degli innocenti non poteva certo essere lasciato al caso. La colonna sonora di Howard Shore è quasi subliminale, un tappeto malinconico e cupo che accompagna senza mai invadere. Ma è nella scena finale, quando Clarice è al buio totale con Buffalo Bill che la osserva con gli occhiali a infrarossi, che il suono diventa protagonista assoluto. Niente musica: solo il respiro affannoso di lui in cuffia e il battito cardiaco di lei. Terrore puro, fatto solo di audio e di buio. Ancora oggi quella scena è studiata come esempio perfetto di come si costruisce la tensione senza bisogno di effetti speciali o jumpscare da quattro soldi.
Il silenzio degli innocenti è diventato un horror così centrale nella storia del cinema da essere citato in film e serie tv di genere diversissimo negli anni, anche in contesti dove non ci si aspetterebbe mai una citazione simile. Pensiamo ad alcune sitcom come iCarly, programma per ragazzi trasmesso su Nickelodeon, che dedica un intero episodio a ricrearne le scene principali. O a How I Met Your Mother, dove il pozzo di Buffalo Bill viene utilizzato come metafora nella quale i protagonisti buttano simbolicamente sé stessi per non affrontare paure e insicurezze personali. Più recentemente, l’eco del film di Demme è arrivata fino a Stranger Things: nella quarta stagione, la sequenza in cui Robin e Nancy vanno a incontrare Victor Creel è pressoché identica alle inquadrature del colloquio tra Clarice e Lecter, un omaggio palese a uno dei cult che hanno chiaramente ispirato la serie insieme ad altri classici dell’epoca.

Sono solo alcuni esempi di come, anche nel cinema e nella televisione moderna, ci sia la tendenza a rendere omaggio a queste storie iconiche. Storie che sono diventate quasi parte del manuale base per chiunque voglia lavorare nel mondo del cinema. Forse il motivo per cui ancora oggi, a più di trent’anni di distanza, si continua a parlarne e a citarlo, è che Il silenzio degli innocenti non è soltanto la storia di un mostro che mangia le persone. È la storia di una ragazza che cerca di farsi strada in un ambiente che non la vuole, che combatte contro i propri fantasmi interiori e che alla fine, in un modo o nell’altro, riesce a far smettere di gridare quegli agnelli che si porta dentro. Ed è per questo che funziona ancora oggi come funzionava nel 1991.

