
C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. Un film incentrato sulla consapevolezza della morte risulta, in fin dei conti, così poco vivo. Whistle – Il Richiamo della Morte (trailer) porta sullo schermo un concept genuinamente affascinante. Corin Hardy dirige e Owen Egerton scrive. Un antico fischietto azteco a forma di teschio — oggetto realmente esistito — finisce tra le mani di un gruppo di liceali emarginati. I popoli precolombiani lo usavano per evocare la Morte e infondere terrore nei nemici sul campo di battaglia. Chi ne ascolta il suono straziante è destinato a incontrare la propria fine. La domanda che aleggia sull’intera narrazione suona così: cosa faresti se sapessi che la vita sta per finire? Una domanda bellissima. Purtroppo abbandonata ben presto in favore di qualcosa di molto più familiare e molto meno stimolante.
Il film, produzione canadese-irlandese arrivata nei cinema italiani grazie a Midnight Factory, debutta con le credenziali giuste. Hardy ha diretto The Nun, spin-off dell’universo di The Conjuring. Il cast vanta Dafne Keen — vista in Logan e Deadpool & Wolverine — Sophie Nélisse di Yellowjackets e Nick Frost, volto iconico della commedia horror britannica. La premessa antropologica del fischietto azteco avrebbe potuto generare una riflessione originale. Una riflessione sul tema della mortalità, sulla fragilità adolescenziale di fronte all’inevitabile, sul modo in cui la consapevolezza della fine trasforma il modo di abitare il presente. Invece, Whistle sceglie la strada più battuta. E lo fa con una certa determinazione.
Il meccanismo narrativo si rivela fin da subito un assemblaggio di citazioni a malapena rielaborate. La logica della morte predestinata richiama in modo esplicito Final Destination di James Wong. I personaggi muoiono nel modo in cui sarebbero comunque morti, solo anticipatamente. La mietitrice agisce come sistema di eventi concatenati privi di una vera giustificazione drammaturgica. La minaccia invisibile rimanda a It Follows di David Robert Mitchell. Nell’opera originale, quell’inseguimento lento e ineluttabile portava una tensione psicologica profonda. Qui quella tensione svanisce. L’oggetto maledetto come portale tra il quotidiano e l’ultraterreno richiama invece Talk to Me dei fratelli Philippou, ma ne svuota la funzione simbolica, riducendola a puro catalizzatore per la successione delle morti spettacolari. Hardy ha definito il suo lavoro un incrocio tra The Ring e The Breakfast Club. Un’ambizione che il film, ahimè, non riesce lontanamente a sostenere.

È proprio la caratterizzazione dei personaggi il fronte su cui Whistle accusa il cedimento più grave. Il gruppo di liceali è costruito attorno a stereotipi consolidati del teen horror. Chrys, interpretata da Dafne Keen, porta con sé sensi di colpa irrisolti e un rapporto complicato con la figura paterna. Elementi che non vengono mai davvero esplorati fino in fondo. Restano confinati al rango di accessori narrativi. Ellie, interpretata da Sophie Nélisse, è il contraltare razionale e programmato. Utile alla costruzione di una dinamica di coppia, ma priva di uno spessore autonomo. Gli altri componenti del gruppo — il ragazzo sensibile, l’amico spavaldo, la figura di margine — esistono principalmente in funzione delle proprie morti. Non come individui dotati di un’interiorità credibile. Il contesto provinciale, con l’imponente acciaieria industriale che domina lo sfondo, suggerisce un immaginario di decadenza sociale che la regia lascia volutamente scenografico, senza mai scavare dentro le sue implicazioni tematiche.
Il tema della consapevolezza della morte viene così sacrificato sull’altare della spettacolarità. Avrebbe potuto generare un horror finalmente adulto. Capace di interrogare il pubblico sull’urgenza di vivere davvero. Invece, una volta partita la maledizione, il film inserisce il pilota automatico. La narrazione procede per accumulo di morti coreografate in un crescendo macabro. Ciascuna più elaborata sul piano visivo, sempre più povera su quello emotivo. Hardy mostra, in alcune sequenze isolate, una discreta competenza nella costruzione dell’atmosfera. Certi giochi di suono e alcune deformazioni ambientali risultano ben calibrate. Ma questi momenti vengono sommersi da passaggi convenzionali che replicano schemi ormai logorati. La tensione si consuma nella pura meccanica dello spavento, anziché trasformarsi in qualcosa di più complesso.
Ne risulta un’opera che possiede intuizioni teoriche potenzialmente solide. Il fischietto azteco come oggetto culturale autentico era una premessa ricca di potenziale simbolico. Ma il film non riesce a svilupparla in una forma narrativa coerente. Il citazionismo continuo, anziché dialogare criticamente con i modelli evocati, mette in evidenza per contrasto la forza dei riferimenti stessi. Whistle diventa così uno specchio che riflette opere migliori. Un film che suona il fischio della morte senza riuscire, davvero, a farla sentire.
Al cinema dal 19 febbraio.

