
«Spagna, 1944. La guerra civile è terminata. Nascosti tra le montagne, gruppi di guerriglieri continuano a combattere contro il regime fascista. Vengono allestiti dei campi militari per annientare la resistenza». È questa l’ambientazione del film Il labirinto del fauno, tornato al Festival di Cannes nella sezione Cannes Classic, in una versione restaurata in 4k, a distanza di vent’anni dalla sua première al Festival. Il film diretto da Guillermo del Toro è reso ancora oggi attuale dal magma mitico che lo compone: un sostrato simbolico e archetipico capace di coinvolgere tanto la sfera individuale quanto quella sociale, politica e culturale.
Al centro del film c’è il viaggio eroico di Ofelia (Ivana Baquero), un pellegrinaggio nella sua psiche in cui, per ritrovarsi, è necessario perdersi. Nel labirinto, mondo straordinario della bambina, l’eroina deve superare tre diverse prove, al fine di ottenere l’immortalità e ricongiungersi con il defunto padre. L’innocenza di Ofelia e il suo sacrificio evocano immediatamente la figura di Cristo. La rinuncia della sua vita mortale permette la creazione di un mondo nuovo, incarnato dal fratello appena nato che la bambina sceglie di salvare. Ciò si inserisce coerentemente all’interno della filmografia del regista, in cui sono ampiamente presenti immagini che si rifanno al dogma cattolico. Il neonato è centrale all’interno del racconto: nei suoi film, del Toro rende «le cose non ancora nate» visivamente molto presenti, in quanto perfetta rappresentazione dell’anima.
Il labirinto del fauno, vincitore di tre premi Oscar, presenta molti degli elementi riscontrabili nella ricerca artistica di del Toro: la paura della mortalità, l’interesse per il corpo e per l’anima, il trauma, l’orrore, l’eredità emotiva, la malattia, il rapporto con il diverso. Per raccontarli, il regista utilizza la struttura e le figure tipiche della fiaba e le tinge di colori scuri, macabri; l’orrore non viene presentato come qualcosa di opposto alla fiaba ma, al contrario, come la sua perfetta derivazione.

La struttura narrativa del viaggio dell’eroe presenta premesse differenti rispetto al viaggio dell’eroina; laddove l’eroe parte solitamente da una situazione di equilibrio, l’eroina parte da un iniziale stato di annientamento. Così come teorizzato da Maureen Murdock, l’inizio del viaggio eroico femminile è segnato dalla separazione dalla madre: momento complesso, in quanto implica l’allontanamento dalla figura di identificazione. In essa risplende l’archetipo della Grande Madre, declinato in due poli opposti: da un lato, simbolo di protezione, supporto e conforto, dall’altro simbolo di soffocamento e di stasi. In quest’ottica, la madre diviene, simbolicamente, vittima e carnefice al tempo stesso. Nel film, Ofelia e sua madre Carmen (Ariadna Gil) rappresentano due diverse visioni del mondo; mentre la prima vede nell’obbedienza l’unica forma possibile di salvezza, la seconda riesce a ribellarsi ai mostri che la circondano. Fin dalle prime scene, l’attenzione di Carmen verso l’etichetta si scontra con la curiosità di Ofelia nei confronti della natura. La bambina cerca nel mondo la magia contenuta nei suoi libri: le storie, ritenute «sciocchezze» dalla madre, sono per lei l’unico modo per sopravvivere alla brutalità della realtà.
Il viaggio eroico di Ofelia è caratterizzato da immagini simboliche che, messe le une accanto alle altre, generano il senso profondo del film. Durante la prima prova, Ofelia è chiamata a sporcarsi i vestiti e sconfiggere un ripugnante rospo, simbolo della forza annientatrice del potere. «Non ti vergogni a stare qui sotto, a riempirti la pancia di insetti, mentre l’albero muore?» chiede la bambina al rospo che, altro non è, che il doppio del Capitano Vidal (Sergi López). Parallelamente, durante un’abbondante cena, Vidal discute della distribuzione del cibo e decide di assegnare ad ogni famiglia una sola tessera di razionamento, con l’obiettivo di ostacolare il sostegno della popolazione ai ribelli. Il tema della cena torna durante l’incontro della bambina con l’Uomo Pallido (Doug Jones): un mostro antropomorfo privo di occhi, seduto a capotavola di un ricco banchetto. L’Uomo Pallido occupa lo stesso posto del Capitano Vidal e, come lui, alimenta la propria vita annientando quella altrui. Nel film di del Toro, i mostri sono un modo per sopravvivere al trauma della morte ed esorcizzare l’orrore della vita. Il viaggio eroico di Ofelia ha, di fatto, l’obiettivo di insegnarle a pensare con la propria testa, al fine di trasgredire le leggi quando queste minano la democrazia. Ofelia e i guerriglieri sulla collina sono il simbolo della lotta contro ogni forma di fascismo: figure coraggiose, capaci di sacrificare la propria vita in nome della libertà e di spargere nella disobbedienza i semi della resistenza.
Bibliografia
Murdock M., Il Viaggio dell’Eroina, tr.it., Dino Audino Editore, Roma 2010.
Perschon M., Embracing the Darkness, Sorrow, and Brutality of Pan’s Labyrinth, in Reactor, 25 maggio 2011.
Filmografia
Sangre del Toro (2025), Yves Montmayeur.

