
Dopo essere stato presentato ad ottobre alla Festa del Cinema di Roma, è finalmente arrivato sulla piattaforma Netflix Il Falsario (trailer), diretto da Stefano Lodovichi. Basato sul libro Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo di Nicola Biondo e Massimo Veneziani del 2008, il film si inserisce di diritto nella corrente, o meglio dire moda, dei film italiani che raccontano la criminalità nel secondo dopoguerra in veste pop, dando più attenzione ai look degli attori e alle musiche scelte piuttosto che al contenuto vero e proprio del prodotto. Alcuni esperimenti, come il Mixed By Erry di Sibilia, sono meglio riusciti di altri. In casi come questi, la faccenda è più complessa, ma si tratta in ogni caso del prodotto perfetto per Netflix, che anche nelle produzioni americane non si fa problemi a feticizzare le estetiche anni ’70 e ’80, come nel caso mediatico Stranger Things. Andiamo dunque a vedere nel dettaglio che cosa Il Falsario riesce a fare e che cosa no.
Il film racconta la storia (falsamente) vera di Antonio Chichiarelli (Pietro Castellitto), falsario di opere d’arte che rimane coinvolto prima con la Banda della Magliana, e poi con i servizi segreti italiani. Il prodotto di Lodovichi si apre invece con la presunta morte del protagonista, che procede poi a narrare l’inizio della sua ascesa. Innanzitutto incontra la gallerista Renata (Giulia Michelini), con cui inizia una relazione basata sia sul sentimento che sulla vendita di copie esatte di quadri di inizio ‘900. Ad Antonio però non basta. Fa amicizia con il pericoloso criminale Balbo (Edoardo Pesce) e la sua cricca. Da qui entrerà in contatto anche con la mafia siciliana e con i servizi segreti, in una escalation di amicizie e incontri che metterà a rischio la sua vita e quella delle persone a lui più care. La trama da qui prende il via allontanandosi in vari punti dalla realtà.
Non si tratta dunque di una pellicola che pretende di farsi portatrice della verità storica, ma neanche di una sua interpretazione. Gli sceneggiatori, piuttosto, addomesticano il soggetto, servendolo su un piatto d’argento al pubblico dello streaming. Per prima cosa il protagonista non è più abruzzese ma laziale, con un accento rigorosamente romano come la metà dei protagonisti di qualsiasi film italiano. Il perenne accento romano di tutti i personaggi inoltre, unito ad una recitazione che non è delle più pulite, ha reso la metà dei dialoghi incomprensibili. Ma la modifica più assurda avviene nel finale che, senza scendere nei dettagli, eroicizza il criminale facendolo uscire vittorioso da tutta la situazione. Certo, non è un documentario né un film di cronaca, ma se proprio si deve spettacolarizzare la storia italiana si possono usare anche stratagemmi meno subdoli, magari tecnici, invece di sfociare in avvenimenti di fantasia che miticizzano la figura di Chichiarelli. Quindi la trama intrattiene, sicuramente risulta coinvolgente, ma si arriva alla fine senza aver trovato un vero motivo per aver visto il prodotto, dato che le inesattezze storiche non permettono allo spettatore neanche di poter dire di aver imparato qualcosa. Il film utilizza infatti la scusa dello slogan, che lo definisce “falsamente ispirato ad una storia vera”, ma invece di giocare proprio sul conflitto tra realtà e finzione cerca solo di far vedere al pubblico ciò che il pubblico vuole, senza andare contro le sue aspettative.
Un altro tasto dolente, come precedentemente accennato, è la recitazione. Nonostante Castellitto sembri aver fatto passi avanti rispetto ad Enea, film diretto da lui e in cui interpreta il protagonista, la performance è comunque insoddisfacente. L’attore ricerca la spontaneità cinematografica che viene però letta come assenza di espressioni. Il suo personaggio ha anche la sfortuna di essere quello la cui maggior parte dei dialoghi vanno persi, vuoi a causa del pesante accento romano, vuoi per altre ragioni. Si tratta comunque però di uno dei suoi ruoli migliori, in cui si riesce a calarsi nel personaggio anche attraverso l’aspetto, diventando meno riconoscibile grazie a ai capelli e ai baffi. Il resto degli attori gli tiene testa, trovando in Andrea Arcangeli, che interpreta uno dei migliori amici di Toni, la punta di diamante del cast.

Il prodotto però ha dei lati positivi considerevoli. La regia di Lodovichi, per quanto non si sbizzarrisca particolarmente, è parecchio promettente e porta a casa il film, che risulta comunque godibile e leggero. II ritmo non scivola mai e molte inquadrature restano impresse, anche grazie alla fotografia che è fra gli aspetti più riusciti. La storia cruda diventa poetica grazie a luci soffuse e a scene ben coreografate, d’azione e non.
Le visual del film raggiungono vette ancora più alte a livello scenografico; la Roma degli anni di piombo è magnetica. Le macchine dei protagonisti non sono solo status symbol che mostrano l’ascesa economica dei personaggi, ma veri e propri accessori che completano il loro outfit e ne definiscono il “tipo” caratteriale. Il prete, il criminale, il falsario e l’agente dei servizi segreti hanno tutti macchine ben diverse che vengono spesso messe al centro delle sequenze. Curioso che la climax della trama avvenga proprio in una macchina. I costumi inoltre sono magnifici, e in questo reparto la pellicola diventa quasi una celebrazione della moda vintage. Anche in questo caso i personaggi non mancano mai di portare l’attenzione sugli indumenti trendy del protagonista.
Nonostante le critiche quindi non si può negare che le estetiche anni ’70 riescano a conquistare lo spettatore. L’immaginario italiano degli anni di piombo, tra stragi, criminali e moda appariscente è il fulcro del film, che parla di un falsario di opere d’arte, ma che mostra in tutto solo un paio di quadri. Non c’è traccia di riflessione sui fatti realmente accaduti né di conflitto interiore dei personaggi. Gli autori sanno cosa vuole vedere il pubblico, sanno cosa piace alla piattaforma e ne tirano fuori tutto il possibile. Il fascino per il mondo criminale è un’altra arma a doppio taglio sfruttata in questo caso. Gli italiani amano le storie di cronaca. In alcuni casi si tratta della volontà di sentirsi moralmente superiori a qualcuno, in altri, come in questo in cui il protagonista è eroicizzato, si fa leva sull’ammirazione. Quanto queste strategie siano moralmente accettabili è difficile da comprendere. Di sicuro però funzionano.
Tra passi falsi e non, Il Falsario riesce ad ottenere buoni risultati e a prometterne di migliori per quanto riguarda cast, regista e troupe in generale. Le sue ambizioni però stagnano rimanendo in basso, non permettendo al film di spiccare il volo per distinguersi all’interno del catalogo Netflix. Vale comunque la pena di farsi la propria opinione, per poter partecipare ad un dibattito che, ora come ora, non è stato ancora sollevato.

