
Per la rubrica Final Cult oggi proponiamo I senza nome-Le Cercle Rouge (1970) (trailer) film di Jean-Pierre Melville, disponibile in versione restaurata gratuitamente su Youtube (senza nessuna interruzione pubblicitaria). Il film si apre con una citazione di Budda: «se è scritto che due uomini anche se non si conoscono debbano un giorno incontrarsi, può accadere loro qualsiasi cosa, ma al giorno prestabilito ineluttabilmente essi si ritroveranno nel cerchio rosso».
Questi due uomini sono Corey (Alain Delon) e Vogel (Gian Maria Volontè), Genco nella versione italiana, due volti iconici del cinema anni ‘70 cui Jean-Pierre Melville affida la responsabilità di esprimere tutto il significato fatalista di questo noir. Termine coniato dai critici francesi per designare quel genere di film nati a Hollywood negli anni ‘40 dove la trama poliziesca si sovrapponeva al tema dell’ossessione amorosa per la femme fatale e gli scenari notturni facevano da scenografia a una storia dai confini sfocati tra bene e male e dal finale tragico.
Jean Pierre Melville, fratello maggiore tra gli autori della Nouvelle Vague, non è stato critico cinematografico ma esercita una reale influenza sui giovani dei Cahiers come Truffaut e Godard. La sua erudita passione per il film poliziesco americano nasce sin dagli anni ’50 quando realizza con pochi mezzi Bob il giocatore, cui seguiranno capolavori come Le samurai (Frank Costello faccia d’angelo), Le jene del quarto potere e molti altri.
Il film inizia con il viaggio in treno del commissario Mattei (Andrè Bourvil, cabarettista francese qui più serio che mai) e di Genco, ammanettato nel vagone letto da cui riuscirà a evadere rocambolescamente. Dalla lunga carrellata aerea che espande la visione dal finestrino ai boschi della Borgogna prende il via la vicenda. Nei primi dieci minuti tutto si svolge nel silenzio tra i due, si sente solo il rumore del treno, preannunciando un film che sarà l’apoteosi del gesto e dello sguardo. Dal primo piano di Volontè passiamo per analogia a quello di Delon, anche lui sdraiato su un letto di una cella mentre viene informato dal secondino che uscirà il giorno dopo; secondino dal quale riceve la proposta di un colpo. La fuga di Genco nei boschi finirà nel portabagagli dell’auto di Corey parcheggiata in un autogrill, il luogo predestinato nel loro “cerchio rosso”.

Siamo nelle vicinanze del villaggio dove nel 1822 Nicéphore Niépce inventò la fotografia, Saint-Loup-de-Varennes, come ci informa la monumentale scritta dietro al posto di blocco. Una dichiarazione esplicita dell’importanza che l’immagine avrà in questo film poco parlato. Ai due criminali si unirà Jensen (Yves Montand) ex tiratore scelto della polizia, che ha lasciato per motivi oscuri, ingaggiato per la sua infallibile mira. In una delle scene più allucinanti del film lo vediamo rinchiuso nel suo appartamento, tormentato da visioni di rettili che escono dall’armadio causate dall’astinenza da alcol. Il colpo per lui è una chance di tornare a vivere nel reale.
«Tutti gli uomini sono colpevoli» sentenzia l’ispettore capo a Mattei che si è fatto scappare Vogel, «anche i poliziotti». Più che altro sembrano intrappolati in un destino ineluttabile, ingabbiati ognuno nella propria solitudine: anche il commissario ha solo dei gatti ad attenderlo a casa. L’unica femme fatale del film è relegata nelle foto che Delon deposita nella cassaforte dell’ex socio quando capisce che ha preso anche la sua donna oltre al suo posto.
La scena del colpo alla gioielleria Maboussin, che dura più di venti minuti, costituisce il nucleo del film. Si svolge nel completo silenzio, come noterà Mattei una volta visionati i filmati delle telecamere di sicurezza: «gente senza nome» li chiamerà per l’appunto. Il colpo riesce perfettamente, solo l’inganno ordito dal commissario Mattei permetterà di incastrare i colpevoli nel tragico finale. L’intelligenza di questi criminali supera quella della polizia come da hitchcokiana memoria, o come successivamente avverrà nella serie di Ocean di Soderbergh.
La suspense è interamente costruita sull’attesa, sul tempo dilatato delle azioni e la serietà dei volti impenetrabili dei protagonisti, sulle scene prive di dialogo scandite dai rumori. La regia asciutta e precisa è intervallata dalle classiche tendine e dagli zoom di moda nel cinema degli anni ‘70. Una scenografia più cupa che mai contribuisce a ricreare le atmosfere tipiche del noir, come nella notturna Place Vendôme inquadrata dai tetti su cui si muovono le sagome scure di Corey e Genco o nelle scene dell’inseguimento nei boschi nebbiosi.
Jean-Pierre Melville, autore meno conosciuto della Nouvelle Vague di cui è stato precursore, ponendosi nel solco tra cinema d’autore e cinema “dei papà” ha personalizzato la lezione del noir americano dando sfogo a una vecchia passione del cinema francese, divenendo in seguito punto di riferimento per registi come Tarantino, Scorsese, Michael Mann e John Woo. Riscoprire il suo cinema è un modo per ricordare da dove provengono alcune ispirazioni contemporanee e per non dimenticare il suo sguardo.

