
Guardare Hokum (trailer) è come bere un bicchier d’acqua. Va via liscio, senza alcun intoppo, se non fosse per una lieve ma fastidiosa frizione che nasce dalla sensazione di star assistendo a un film che incontra puntualmente, a ogni snodo del racconto, le aspettative di chi guarda.
La scrittura si adagia piattamente sulle convenzioni narrative del genere horror e finisce presto per soffocare ogni incertezza sugli sviluppi della vicenda. E non si tratta solamente del ricorso sistematico a situazioni tipiche, ma anche del modo in cui queste vengono presentate e articolate nel corso del racconto.
Eppure, la sequenza che apre il film è un esempio riuscito di come si possano definire le coordinate di una storia attraverso una forma di comunicazione silenziosa che stimola lo spettatore a colmare i vuoti lasciati dall’assenza dei dialoghi.
L’uso del match cut istituisce da subito un parallelo tra il piano di realtà in cui vediamo Ohm Bauman (Adam Scott) lavorare al suo ultimo romanzo e l’universo fantastico che da esso prende vita. Il montaggio raccorda le immagini sfruttando alcuni elementi ricorrenti per creare una continuità visiva e concettuale tra i due livelli e chiarisce il rapporto che li lega: il mondo di finzione funziona come una sorta di correlativo oggettivo in cui si dà una forma sensibile alla dimensione psicologica del protagonista.
Ulteriori raccordi sugli sguardi dello scrittore guidano poi lo spettatore attraverso lo spazio della sua casa e mostrano elementi rilevanti della messa in scena: una coppia di urne informa sulla recente morte dei genitori di Ohm, la fotografia di una donna scattata durante un viaggio in Irlanda è anche un’anticipazione sull’ambientazione della storia, una pistola trovata in una vecchia cassetta e maneggiata dal protagonista è il chiaro indizio su un trauma ancora irrisolto.

Dopo questo efficace setup però il film si perde, e manca clamorosamente di evolvere quei presupposti narrativi che si era dato. O meglio, appoggiandosi alle sue convenzioni, si limita a introdurre spunti, tematiche e atmosfere emblematiche del genere per poi arrivare a degli esiti scontati senza un vero e proprio sviluppo che li giustifichi. È il caso della strega del bosco e del vago riferimento al folklore celtico che rimanda al folk horror, a cui fa da contrappeso il canonico scetticismo dell’uomo di città. O della casa, che qui è in realtà l’hotel in cui si svolge la vicenda, costruita sopra il luogo dove alberga una presenza maligna ed elusiva.
Ma più di tutti è il tema del trauma infantile e del senso di colpa che opprime il personaggio di Ohm ad essere trattato il maniera sbrigativa e poco coerente. Questo è il vero motivo portante del film, ma lo scioglimento di quel nodo traumatico sembra arrivare più per inerzia, perché così dev’essere, che per effetto di un plausibile processo di elaborazione. La sensazione finale è quella di trovarsi di fronte a due punti, un inizio e una fine, collegati da un percorso forzato che non ammette deviazioni. E il ritorno, in chiusura del film, della fotografia mostrata nella prima sequenza conferma quell’impressione di inevitabilità: essa è l’oggetto che sancisce simbolicamente la riappacificazione di Ohm con la figura della madre e riesce ad arrivare tra le mani del protagonista dopo essere miracolosamente sopravvissuta all’incendio che ha distrutto l’hotel.
Al cinema.

