
Al giorno d’oggi, che tu sia un giocatore di football, un rapper o un tabaccaio, non importa se fai bene il tuo lavoro: ciò che importa è essere il migliore nel farlo. Questa premessa, che lascia molto a desiderare, è alla base del nuovo film di Justin Tipping, il cui protagonista fa di tutto per essere il G.O.A.T. (Greatest Of All Time), per essere LUI, HIM (trailer) appunto. Così si presenta la produzione firmata Jordan Peele, nome da cui riprende moltissime ispirazioni ma si allontana al contempo.
Cameron Cade (Tyriq Withers) è un giovane ragazzo afroamericano che viene fin da piccolo indottrinato dal padre ad amare il football americano. Dopo un grave incidente, che gli causerà dolori e allucinazioni per tutta la durata della pellicola, viene contattato da Isaiah “Zay” White (Marlon Wayans), il più grande giocatore di football del momento, giunto all’ultima stagione e in cerca di un successore. Il resto del film si divide in 7 parti, ognuna dedicata ad una delle 7 giornate di allenamento che il maestro offre all’allievo. La strana struttura nel deserto americano in cui Zay abita fa da sfondo a tutta la vicenda, costellata di personaggi più o meno amichevoli nei confronti di Cameron. I metodi di Zay però si riveleranno particolarmente estremi, portando il protagonista a doversi guardare le spalle da chiunque.
La trama si appoggia fin troppo sul rapporto tossico tra l’allievo e il maestro, rappresentato fin troppo bene da film di gran lunga migliori e non ancora invecchiati. Gli eventi proseguono in maniera lineare e prevedibile, anche se senza mai annoiare. La centralità dei due protagonisti non lascia spazio agli altri personaggi, che rimangono macchiette di sfondo di cui ci si dimentica dopo una scena.
Il personaggio di Cameron soffre di un’estrema semplicità. Si fa convincere fin troppo facilmente a compiere azioni atroci credendo che servano alla sua preparazione atletica, passando da vittima a complice. Gode però di un’ottima performance da parte di Tyriq Withers, una giovane promessa nel campo attoriale. Non si può dire lo stesso dell’Isaiah di Marlon Wayans: un personaggio con molte potenziali sfaccettature (anche se comunque caricaturale) che viene però semplificato da un attore con un repertorio povero di emozioni. La ciliegina sulla torta è però il personaggio di Elsie White, sua moglie, interpretata da Julia Fox ormai intrappolata nello stesso ruolo da anni.

Nella trama è presente anche una struttura tipica dei film degli ultimi tempi, cosiddetta eat the rich: un personaggio di umili origini viene introdotto al mondo della ricchezza e ai suoi abitanti, di cui scopre gli aspetti e le abitudini più inquietanti; sta quindi a lui punirli o scappare. A questo si aggiunge la questione etnica, figlia di Get Out (Jordan Peele, 2017), in cui un individuo della comunità nera viene introdotto a quella bianca, che fa di tutto per sfruttarlo, chiaro riferimento al passato schiavista del paese americano. Il sottotesto presente anche nella pellicola di Tipping è che lo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi non sia finito, ma sia solo più nascosto.
L’alta società a cui il protagonista viene introdotto diventa l’ambiente horror della vicenda, al pari di una casa infestata all’interno della quale potrebbe nascondersi qualsiasi creatura ostile. Ciò che Cameron subisce nella lussuosa, ma brutalista, casa di Isaiah è amplificato dalle allucinazioni che lo perseguitano. I jumpscare non mancano e grazie al reparto audio eccellente anche il più semplice dei rumori scatena un sussulto nel pubblico. Non mancano elementi che rimandano all’esoterismo, come l’ironica squadra di Isaiah, che si chiama Saviors ma ha come mascotte un caprone. Inoltre un altro sorprendente elemento horror è il fanatismo dei tifosi, pronti a tutto per poter incontrare il loro idolo.
Lo stile di regia di Tipping trova terreno molto fertile nella storia che il film racconta, con cui ben si sposa il montaggio alternato frenetico e soprattutto la geniale idea di mostrare anche delle visioni a raggi x o a infrarossi dei personaggi, mostrandone le ossa e i muscoli nelle prestazioni fisiche più importanti o nelle scene più violente. Il montaggio delle scene più dinamiche ricorda inoltre lo stile dei videoclip musicali. La musica ha un ruolo chiave sia nello stile del film che nell’ambiente culturale in cui vuole inserirsi. Non tanto per l’eccellente compositore Bobby Krlic, che ha molta esperienza nell’horror, quanto per i brani non originali scelti e soprattutto per il brano di Denzel Curry realizzato appositamente e omonimo del film. La scelta di un rapper attualmente nella sua forma migliore e con un immaginario molto vicino ai temi del film si è rivelata vincente.
Di HIM si può dire qualsiasi cosa, ma non che non sia un’esperienza assistere in sala agli artifici tecnici di Tipping. È un film che, nonostante generi riflessioni anche negative, colpisce esattamente dove mira. Nonostante questo, per un film che si inserisce in un panorama di ispirazioni così affollato, è impossibile riuscire nella stessa missione che si pone il protagonista, ovvero essere il migliore.
Al cinema.

