
«Il dolore ha riempito il vuoto lasciato da mio figlio, / dorme nel suo letto, cammina su e giù con me, / indossa il suo piacevole sembiante, ripete le sue parole, / mi ricorda tutti i suoi tratti aggraziati, / riempie i suoi abiti vuoti con la sua forma. / Non ho allora ragione d’amare il dolore?» Attraverso queste parole, dava voce alla sua sofferenza per la perdita del figlio il personaggio di Costanza, nel Re Giovanni, uno dei drammi storici di William Shakespeare.
Crudele ironia della sorte, a dover affrontare un simile dolore e imparare a convivere con esso è proprio il drammaturgo inglese, probabilmente qualche anno dopo la stesura di questi versi (in effetti, ancora oggi tanti dubbi circondano la cronologia degli eventi che hanno visto protagonista uno degli autori più famosi del canone occidentale, se non la sua stessa esistenza). Cosa sono amore e perdita, se non due facce della stessa medaglia? Come affrontare il dolore, farsi attraversare da questo e imparare ad accettare che fa anch’esso parte dell’esistenza umana? Sono alcuni dei quesiti che Chloé Zhao affronta in Hamnet – Nel nome del figlio (trailer), tratto dall’omonimo romanzo best-seller di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice al fianco della cineasta.
La storia parte da un incontro, quello tra Agnes/Anne (Jessie Buckley), donna fiera e coraggiosa, figlia dei boschi, tacciata di essere una strega per il suo viscerale legame con la natura e per la sua capacità di predire il futuro studiando le mani, e Will (Paul Mescal), giovane tutore di latino, acerbo e passionale come si addice ai ragazzi della sua età, ancora non divenuto il padre di storie immortali come Romeo e Giulietta. I due si innamorano, si sposano e la loro famiglia ben presto si allarga, con la nascita di Susanna (Bodhi Rae Breathnach) prima, con quella dei gemelli Judith (Olivia Lynes) e Hamnet (Jacobi Jupe) poi. Nella campagna di Stratford, le giornate, fatte di lezioni di erboristeria e marachelle dei gemelli, trascorrono felici per i tre fratelli; a prendersi cura di loro senza sosta e con fatica c’è Agnes, mentre l’enigmatico Will cerca di ritrovare sé stesso tra i teatri di Londra, prima come guantaio delle compagnie di attori, poi come drammaturgo. Ma se, come cantava John Lennon, «la vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti», anche la famiglia Shakespeare è costretta a fare i conti con una simile verità: dalla città arriva la peste, che porta via con sé il piccolo Hamnet, strappato alla vita troppo presto.

Dal seme di tale dolore germoglierà l’Amleto: come siamo informati ad inizio film, infatti, nel XVI secolo Hamnet non era altri che una variante ortografica di Hamlet, il protagonista della tragedia che ha assicurato al Bardo un posto nell’olimpo della letteratura. Ma attenzione: tale episodio drammatico non costituisce il fulcro del film, né ci troviamo di fronte ad alcun tipo di «pornografia del dolore», espressione usata in un articolo del New Yorker e che è subito entrata nelle grazie degli utenti di X. Lungi da qualsiasi futile spettacolarizzazione della sofferenza, quindi, Zhao offre uno sguardo intimo e ravvicinato sulla storia di una comune famiglia, costruendo un film sospeso tra lirismo e introspezione, materico e sensoriale. E lo fa nel più sorprendente dei modi, tenendo ai margini del racconto il personaggio di Will. Non è, infatti, un caso che il nome William Shakespeare non venga mai pronunciato se non verso la fine del film: a Zhao e O’Farrell interessa l’uomo, ancor più che il geniale drammaturgo.
Ed è proprio da questa assenza che emerge il ritratto di un uomo irrequieto, tormentato, dilaniato prima dal complesso rapporto con un padre violento e dall’insoddisfazione per la mancata realizzazione di sé, poi dalla perdita del figlio. E se la figura di Will ci è restituita per sottrazione, a colmare gli spazi vuoti e desolati della campagna inglese è Agnes, con il suo dilaniante dolore. Jessie Buckley ci regala la performance più bella non solo di questa awards season, ma degli ultimi anni, sapendo plasmare, fin dalla sua prima apparizione sullo schermo, una donna liminale, sospesa tra razionalità e istinto: una creatura che pare generata dalla natura, e che del mondo percepisce ogni mutamento in modo viscerale. Il suo dolore è fatto di gesti ripetuti e meccanici e di parole trattenute: tuttavia, sono proprio questi silenzi autoimposti a lasciar trasparire la sua esplosiva rabbia nei confronti di Will, che le sembra essere come indifferente alla sofferenza familiare.

Una distanza, quella tra marito e moglie, in prima battuta necessaria per consentire ad entrambi di affrontare il dolore, ciascuno a suo modo, e a cui sarà proprio la rappresentazione dell’Amleto a porre rimedio. Zhao e O’Farrell sembrano così suggerirci che se le sofferenze sono una componente purtroppo imprescindibile dell’esistenza umana, l’arte può giungere in nostro soccorso come sublimazione del dolore e strumento di catarsi. È nel labile spazio della creazione che la perdita trova una nuova forma, e che ciò che è stato strappato alla vita può continuare a esistere come memoria condivisa.
Nel sonetto 18, uno dei suoi più celebri, Shakespeare paragonava la bellezza della persona amata ad un giorno d’estate, esposta a violenti venti, destinata a scomparire presto perché soggetta ai capricci del tempo e della morte. Concludeva auspicandosi di garantire eternità attraverso la poesia: «Finché uomini respireranno e occhi potranno vedere, / queste parole vivranno e daranno vita a te». Una promessa che finora il tempo non ha smentito. Ancora oggi il ricordo di Hamnet è più vivo che mai.
«Il resto è silenzio».
In sala dal 5 febbraio.

