Half Man, la recensione della serie su HBO Max

Half Man

Sono tante le domande che ruotano intorno al tema della mascolinità. Così come largamente intesa all’interno di un contesto socio-culturale di stampo patriarcale, essa rappresenta una trappola per gli stessi uomini che, privati fin dall’infanzia di un’educazione sessuale ed affettiva, si vedono, in molti casi, sprovvisti degli strumenti necessari per contattare e riconoscere le proprie emozioni: la rabbia diviene, così, un surrogato di tutte le altre, in quanto più familiare e meno compromettente.

Rifugiarsi nello stereotipo che vede l’aggressività come una «cosa da maschi» permette di tenere l’altro a debita distanza, allontanando il rischio di esser visto nella propria miseria, nel proprio dolore, nel proprio trauma. Dunque, il rischio di essere considerato «mezzo uomo». La vergogna conseguente alla minaccia della propria virilità ossessiona i personaggi di Half Man (trailer), la miniserie ideata e scritta da Richard Gadd. La storia, articolata in ogni episodio su due differenti linee temporali, mostra il rapporto disfunzionale di Ruben e Niall, «due fratelli da un’altra madre», lungo un arco narrativo che va dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni. Nelle scene ambientate in età adolescenziale, i due sono interpretati risplettivamente da Stuart Campbell e Mitchell Robertson, mentre le loro controparti adulte da Richard Gadd e Jamie Ball.

Niall e Ruben sono soli, spaventati, sofferenti. Quando si incontrano hanno 15 e 17 anni e un disperato bisogno di qualcuno che sia un supporto, laddove il mondo esterno è percepito come minaccioso. Ciò è favorito da adulti che si presentano come inconsistenti, macchiettistici, violenti, completamente in balìa di se stessi. In assenza di altri punti di riferimento, i due creano un rapporto di co-dipendenza che, ben presto, diventa «la cosa migliore e peggiore» che sia mai capitata ad entrambi, un legame viscerale che Niall stesso ammette di «sentire in tutto il corpo».

Half Man, la recensione della serie su HBO Max

I corpi messi in scena sono trasfigurati, repressi, martoriati; nella loro memoria muscolare tengono traccia del proprio trauma. Si avvicinano pericolosamente l’uno all’altro ma si ritraggono ogni volta che corrono il rischio di provare qualcosa di diverso dall’ira. In quest’ottica, la sessualità svolge un ruolo chiave. Niall è omosessuale ma, ben lontano dall’integrare pacificamente il suo orientamento sessuale e la sua identità, compie continue spedizioni punitive contro di sé.

Cieco di fronte al fatto di essere il suo più grande nemico, accusa Ruben di essere la causa principale di tutti i suoi problemi, ignorando la sua corresponsabilità nei confronti di una vita che non somiglia, nemmeno lontanamente, a ciò che desiderava da ragazzo, quando aveva ancora, tra le mani, la possibilità di farsi carico del proprio passato e costruire, per sé, un nuovo futuro. Per questo motivo, quando vede Ruben vivere una realtà apparentemente dorata, va in crisi: si sente derubato dal fratello, colpevole di possedere tutto ciò che lui non ha. In questo inquietante quadro, il potere economico gioca un ruolo fondamentale. I soldi, dapprima utilizzati come strumento per ricucire lo strappo, mostrano presto quanto, altro non siano, che un’ulteriore catena che lega i personaggi gli uni agli altri. Il loro rapporto si presenta, dunque, come l’arena di un’orribile corrida in cui solo uno dei due può uscire vittorioso.

Half Man riflette sulla problematicità della mascolinità senza la pretesa di proporre soluzioni. Il suo obiettivo non è quello di generare consensi ma, piuttosto, di turbare quanti ne fanno esperienza. La regia indugia continuamente sugli atti di violenza, restituendo un racconto crudo, faticoso, pornografico. Nel fare ciò, non risparmia né i suoi personaggi né gli spettatori, a cui sferra, continuamente, colpi durissimi. Nell’universo costruito da Richard Gadd, tutto è destinato a ripetersi in maniera ciclica, senza possibilità di salvezza o redenzione. Nel suo sguardo non c’è assoluzione: il passato dei personaggi, di cui si conoscono maggiori dettagli nell’episodio finale, non ha l’obiettivo di giustificare ciò che sono diventati ma, piuttosto, di mostrarli nella loro totalità, al fine di non renderli mostri ma uomini comuni, generati dallo stesso tessuto sociale di chi guarda e in cui, tutt’oggi, è difficile scardinare l’idea che il machismo sia l’unico modo per non essere un “half man”.

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