
La luce asettica di lampade al neon ritaglia lo spazio di lavoro di un cantiere notturno: scintille intermittenti prodotte dalla frizione delle saldatrici sul metallo, il loro sibilo sordo e uniforme, come un rumore di fondo, che produce un effetto quasi narcotico.
Sono queste le immagini e i suoni che aprono e chiudono, come due grandi parentesi, la vicenda di Vincent (Damien Bonnard) e degli altri personaggi del film. E se l’inizio e la fine coincidono, e nulla è cambiato, tutta la loro storia risulta inserita in un quadro di ordinarietà: qualcosa di così quotidiano e sistemico da non superare la soglia del rilevante.
Grand Ciel (trailer) costruisce innanzitutto, e in maniera esplicita, un discorso politico: racconta del sacrificio di un gruppo di persone appartenenti ad una specifica classe sociale, quella operaia, in nome del profitto di chi è a capo dei processi economici. Quella che mette in scena il film è l’immagine di un potere così rarefatto da farsi invisibile, un’entità disincarnata che non ha volti né nomi precisi e di cui tutto ciò che si riesce a percepire sono gli effetti fatali sulla vita delle persone.
L’azione che esercita su di esse è subdola perché fa leva sulla promessa di un futuro migliore che però non arriva mai a compiersi: agli operai viene prospettato un posto a Grand Ciel, il quartiere avveniristico che essi stessi stanno costruendo e che è presentato come una sorta di eden artificiale. Oppure concede una frazione di quel potere a singoli individui, come succede con Vincent a cui viene riconosciuto il ruolo di caposquadra, creando così degli attriti interni. Si tratta di un’azione disgregante che mina la coesione del gruppo, crea una dinamica di competizione e inibisce quel processo di presa di coscienza collettiva che sarebbe l’unico mezzo per sovvertire i rapporti di potere.

Lo spazio abitativo di Grand Ciel sembra essere progettato sul modello carcerario del Panopticon di Bentham, con al centro l’edificio della grande torre in costruzione che domina l’area circostante. Essa è metafora del potere e sua unica rappresentazione sensibile, e nella sua verticalità rimanda ad una concezione fortemente gerarchica della società. Al livello delle sue fondamenta, immerse nelle profondità del sottosuolo, si svolge il lavoro del gruppo di operai guidato da Vincent; e in questo luogo, uno dopo l’altro, tutta la squadra scompare. Il loro è un sacrificio letterale attraverso il quale saranno assimilati alla struttura, come a fornire il nutrimento necessario a quello strano organismo, che vede e controlla, che è la torre stessa.
In questo quadro, il personaggio di Vincent rimane ambiguo, irrisolto. Seppur attraversato da un’inquietudine latente, segue passivamente le regole del sistema in cui è immerso, o forse ne è immerso a tal punto da non saper neanche più riconoscere il meccanismo che struttura la sua esistenza. Quello che vive è un orizzonte chiuso sulla certezza che un’alternativa è semplicemente impossibile, e l’unico movimento permesso è verso il basso, per sprofondare in un abisso che è al contempo fisico e morale.
In sala dal 5 Marzo.

