Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, la recensione: un canto contro l’ingiustizia

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday recensione film

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday (trailer) è un film del 2021, prodotto e diretto da Lee Daniels e distribuito da BIM. Il film racconta l’ultima parte della vita della cantante Billie Holiday, quella in cui conobbe il successo e la disperazione.

Alla fine degli anni ’30, la leggenda del jazz Billie Holiday è sulla bocca di tutti e i suoi concerti sono sempre sold out. Gli unici a disprezzare la Holiday sono il governo statunitense ed i suoi federali, per una ragione ben precisa: Strange Fruit, la canzone di Billie contro l’ingiustizia del linciaggio degli afroamericani, è accusata dalle autorità di fomentare le folle contro la nazione. Nonostante i vari richiami dei federali, la Holiday continuerà a cantare Strange Fruit. La canzone è stata di fondamentale importanza per denunciare questa bestialità che soltanto recentemente è stata riconosciuta come reato federale. L’unico modo in cui il governo può arrestare Billie Holiday è di incastrarla per droga, il suo punto debole.

Andra Day, nei panni della protagonista, riesce a ritrarre perfettamente l’umanità della cantante, continuamente sottoposta a stress e pressioni dalla stampa e dalle forze dell’ordine. I componenti della band e dell’entourage della Holiday sono i suoi amici più cari. Tra questi spiccano Roz, interpretata da Da’vine J. Randolph (The Guilty; Dolemite Is My Name) e Prez, impersonato da Tyler J. Williams (Detroit). Tra gli attori principali, troviamo anche Trevante Rhodes (Moonlight) nei panni di Jimmy Fletcher, l’agente FBI incaricato di seguire Billie per controllarla. Roz è la migliore amica della Holiday e cerca di sostenerla nei suoi momenti più difficili. La Randolph accetta pienamente il ruolo di “spalla” e riesce ad empatizzare con lo spettatore grazie alla sua leggerezza. Il personaggio di Tyler Williams, invece, è più malinconico e protettivo nei confronti della Holiday. Lui, Roz e il resto della band sono le uniche persone di cui la cantante si possa fidare e la accompagnano in una colonna sonora avvolgente, che attrae il pubblico e lo immerge nel mondo della storia.

La musica molto spesso fa anche da collante tra le scene che si susseguono con delle transizioni abbastanza incerte. Infatti, ogni cambio di scena vede iniziare la prima inquadratura in bianco e nero, con una qualità obsoleta dell’immagine, come fosse materiale d’archivio, per poi tornare al suo aspetto originale. Il passaggio dall’aspetto antico dell’inquadratura a quello più moderno stride molto, poiché la fotografia è molto curata e vicina ai nostri tempi. I colori del film riescono costantemente a rispecchiare gli stati d’animo dei personaggi e alcuni movimenti di macchina rendono memorabile una scena in particolare, in cui la Holiday ricorda la sua infanzia.

L’elemento che convince meno è la sceneggiatura, a cura di Suzan-Lori Parks, perché il dramma sarebbe stato più potente se fosse stato intervallato da momenti più leggeri, che avrebbero permesso allo spettatore di immedesimarsi ancor di più nell’incubo che la cantante ha vissuto. Inserire piccole scene più rilassate avrebbe dato più ritmo all’emotività dell’opera e avrebbe reso ancor più indigesti alcuni momenti tragici della storia. La dipendenza dalle droghe non è l’unico argomento che il film tratta parallelamente a quello del razzismo. Lo script si sofferma anche delle relazioni tormentate in cui la Holiday era solita addentrarsi, restituite dal film come conseguenza di un’infanzia difficile.

Nonostante piccole incertezze, il messaggio che Daniels ha voluto lanciare attraverso l’opera arriva forte al pubblico, soprattutto nel finale. Il film è nelle sale dal 5 maggio.

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