Gli occhi degli altri, la recensione: come tu mi vedi

Gli occhi degli altri la recensione del film di Andrea de Sica

Il lussuoso profilo di una villa si staglia contro un orizzonte scolorito dalla forte luce del sole. Mare e cielo, tutt’intorno alla struttura, confondono i propri confini, e si riducono a una tela bianca su cui emergono le tinte vivide di un’isola tipicamente mediterranea. Qui, un uomo osserva dall’alto della sua posizione il lento movimento di figure che dal molo in basso risalgono il ripido sentiero sulla scogliera per raggiungere la tenuta.

Così Gli occhi degli altri (trailer) informa sin da subito il tema del potere dello sguardo attraverso una costruzione visiva basata sul principio della verticalità: l’uomo è il marchese Lelio (Filippo Timi) e la villa in cima al promontorio è la sua, mentre gli uomini in fondo sono parte del nutrito gruppo di domestici che lavora per lui. Fin dal titolo viene dichiarato il primato degli occhi. Lo sguardo degli altri esercita sul soggetto osservato un’azione che è contemporaneamente costitutiva e costrittiva, e rappresenta un vero e proprio atto creativo. L’ispirazione al noto delitto Casati Stampa costituisce in questo modo un punto di partenza per elaborare un discorso sfaccettato sul rapporto tra gli uomini, che trascende il tempo di quegli eventi e parla al nostro presente.

L’ossessione del marchese non investe tanto la dimensione erotica quanto quella più largamente intersoggettiva, e gira attorno ai temi dell’identità e del possesso. Lo spazio abitato da Lelio è infatti costantemente condiviso dalle persone di cui si circonda. Gli inservienti della tenuta, gli ospiti che frequentano le sue serate, gli sconosciuti attraverso cui dà libero sfogo alla sua perversione: in tutti loro, nei loro occhi, il marchese trova riflessa l’immagine dell’uomo potente e rispettato, l’unica in cui ha imparato a riconoscersi e di cui quindi non può fare a meno. In essa la sua identità trova una qualche consistenza, e l’una finisce con l’aderire all’altra. Lelio vive e si percepisce di riflesso, in una rappresentazione di sé che risulta dal modo in cui gli altri lo vedono. E quando quello sguardo, per la prima volta, gli sarà negato dal rifiuto di Elena (Jasmine Trinca), la minaccia improvvisa alla propria esistenza provocherà la reazione nell’atto estremo dell’omicidio-suicidio.

Gli occhi degli altri recensione film Andrea de Sica

Allo stesso tempo però, lo sguardo è anche la modalità in cui lui stesso esercita il potere di cui dispone. L’atto di vedere è sempre un’operazione attiva, e implica una qualche forzatura della neutralità di ciò che si vede. Quest’azione costrittiva è ancora più evidente quando a mediare lo sguardo c’è la macchina da presa con cui Lelio realizza i filmati che ritraggono la moglie in esplicite scene di sesso. Il marchese crea una realtà su cui ha quindi controllo, e la videocamera introduce una distanza tra soggetto e ciò che ha di fronte, rendendo facile e contemporaneamente mostruoso quel processo che riduce Elena a semplice oggetto della visione. Lo sguardo dell’uomo fissa un ritratto della donna e lo conserva, ne dispone secondo la sua volontà e lo usa per esibire il possesso sulla moglie quando inevitabilmente questa sarà cambiata tanto da non conformarsi più a quell’immagine di sé.

Ma Elena è molto di più che il semplice oggetto della visione del marito. È chiaramente vittima della sua azione violenta fino all’esito tragico, ma è anche l’unica persona che riesce a creare con lui, ad un certo punto del film, un rapporto di complementarità che la pone allo stesso livello del marchese. In momenti diversi, il suo personaggio è oggetto e soggetto nella dinamica di potere e, a differenza di Lelio, è portatrice di un’evoluzione che la rende più complessa, più umana, e che permette alla storia di esistere.

In sala.

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