Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, la recensione: il film come atto di cittadinanza politica

Giulio Reggeni tutto il male del mondo, recensione

Il film documentario Giulio Regeni -Tutto il male del mondo (trailer) esce a dieci anni esatti dal ritrovamento di Giulio Regeni, avvenuto il 3 Febbraio 2016 a Il Cairo, quando il suo corpo (o ciò che ne resta) viene rinvenuto sul ciglio della superstrada che porta alle Piramidi. «Il film è un atto di cittadinanza politica», come dichiarano gli autori Emanuele Cava e Matteo Billi. Prodotto da Ganesh, una piccola società di produzione romana specializzata in progetti di interesse civile, e da Fandango, è diretto da Simone Manetti, regista, montatore, autore tra gli altri di Marta-Il delitto della Sapienza e della mini serie Netflix Il giovane Berlusconi.

Il 25 Gennaio è una data importante per l’Egitto. Non perché in quel giorno del 2016 sparisce Giulio Regeni, inghiottito da un viaggio in metropolitana a Il Cairo. Ma perché qualche anno prima, nel 2011, le proteste di Piazza Tahrir contro il governo Mubarak avevano portato al suo rovesciamento e, qualche tempo dopo, ad un colpo di Stato organizzato dal Generale al-Sisi. Una giornata tesa in cui è sconsigliato uscire. Giulio è un giovane ricercatore appassionato, ha compiuto 28 anni da una settimana, sta svolgendo una ricerca sul sindacato indipendente dei venditori ambulanti per l’Università di Cambridge e quella sera ha un appuntamento con il professore con il quale sta collaborando.

Il documentario riordina cronologicamente i fatti, accompagnando lo spettatore nell’investigazione reale della vicenda. Il film, inoltre, restituisce dignità alla figura di Giulio Regeni, liberandola una volta per tutte dai pregiudizi e dalla superficialità con cui è stata presentata in questi anni dai media. Chi era Giulio veramente e che cosa gli è successo? Le riprese in stile found footage percorrono le brulicanti strade di una città che non fa parte del nostro immaginario cinematografico: Il Cairo. I suoi panorami, la metropolitana, i mercati, i suoi bar ci sono spaventosamente estranei, ma è come se li osservassimo attraverso gli occhi di qualcuno che quella città la conosceva molto bene e di cui si fidava. Le riprese amatoriali (soggettiva-oggettiva di una camera nascosta) si alternano a quelle del processo iniziato solo nel 2024, in cui la parte civile cerca di risolvere con instancabile tenacia il giallo, reso ancora più intricato dall’ indisponibilità a collaborare dei funzionari e dell’ opinione pubblica del regime al-Sisi. Un intrigo internazionale è quello in cui finisce Giulio, che viene scambiato per una spia, spiato a sua insaputa, tradito dai coinquilini, pedinato, infine rapito e torturato per giorni.

Un giallo in cui è tutto drammaticamente vero. Come può accadere che un ragazzo che sta facendo una ricerca per l’ università sul sindacato dei venditori ambulanti venga scambiato per un agente della CIA e assassinato barbaramente? La violenza immaginata è ancora più terribile di quella mostrata. I testimoni che fanno evolvere il processo verso la scoperta dei nomi degli agenti della National Security Agency egiziana, raccontano delle violenze subite nascosti da un paravento. Decisiva è stata per l’ identificazione di uno di loro l’incauta affermazione fatta al tavolo di un ristorante: «Lo abbiamo fatto a pezzi». La tortura, inimmaginabile in una democrazia come la nostra, è la regola per un regime dittatoriale paranoico in cui la vita non ha più importanza. «La nostra tortura è cercare di capire il perché», afferma nel film l’avvocata Ballerini che ha dato tutta sé stessa per la ricerca della verità subendo anche delle minacce. Il processo, reso pubblico dal film, diventa così il simbolo della reazione all’ingiustizia del mondo, un mezzo per ribadire che la tortura è un crimine contro tutta l’umanità.

I veri protagonisti del film sono i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, eroi gentili, che nonostante aver vissuto sulla loro pelle tutto il male del mondo sono stati capaci di trasformare il dolore individuale in forza collettiva e il desiderio di giustizia in lotta civile. Le didascalie conclusive ci informano della sospensione del processo per l’assenza degli imputati. I titoli di coda iniziano a scorrere, il cuore è pesante ma consapevole che la lotta per la giustizia non è ancora finita. Tutto arriva a chi sa aspettare. Ed ecco improvvisamente riapparire dopo l’ultima scritta l’immagine di Giulio finalmente libera, colta in uno spensierato balletto arabeggiante che nessuno potrà spezzare.

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