#Venezia82: Ghost Elephants, la recensione del film di Werner Herzog

È il 1985, in Tokyo-ga Wim Wenders e Werner Herzog parlano di immagini sulla cima della Tokyo Tower. «Le cose stanno così», dice Herzog, «ormai restano poche immagini. Osservando il panorama da qui, si vedono solo edifici. Le immagini non sono più possibili. Bisognerebbe, come un archeologo, cominciare a scavare con una vanga per riuscire a trovare qualcosa da questo paesaggio offeso. […] Abbiamo assolutamente bisogno di immagini che si armonizzino con la nostra civiltà e con il nostro profondo intimo. […] Su questa terra è difficile trovare la trasparenza delle immagini che una volta era presente».

È da sempre un viaggio prolisso ed estenuante alla ricerca di fantasmi, il cinema di Werner Herzog (soprattutto nella produzione documentaria, forse). L’esempio più evidente di queste sue indagini l’ha fornito nel 2010 con Cave of Forgotten Dreams, scendendo con le macchine da presa nelle viscere della Grotta Chauvet in Francia, la grotta che custodisce i più antichi dipinti dell’umanità – risalenti a 32.000 anni fa – per filmare le prime immagini conosciute: quelle trasparenti; e la tensione in Ghost Elephants non è tanto diversa. Ancora, si studiano e si ricercano, si desiderano, immagini “antiche”, anch’esse trasparenti, fantasmi memoriali e/o porte d’accesso alla continuità, strumenti di conservazione utili per una (ri)lettura del tempo. Qui, il cineasta tedesco incontra il biologo ed esploratore Steve Boyes e ľelefante Henry, il più grande mammifero conosciuto, abbattuto negli anni Cinquanta dall’imprenditore ungherese Josef J. Fénykövie durante una battuta di caccia, oggi tassidermizzato e ricostruito con fedeltà allo Smithsonian Museum di Washington, dove sono conservati anche i suoi resti. Insieme a questi, come prova della sua esistenza, solo un’immagine fotografica, nient’altro.

Boyes, spinto da un ossessione che Herzog ben riconosce e condivide, vuole ritrovare questi enormi elefanti fantasma. «È un sogno trovarli», dice. Dopo una prima parte dedicata alla preparazione del viaggio, comincia un fangoso road movie in motocicletta, dalla Namibia, attraverso i villaggi dei bolscimani, fino all’Angola, per poi tornare indietro e confrontarsi con prove tangibili, all’interno di laboratori scientifici, pieni di provette e macchinari all’avanguardia, nel tentativo di capire se questi elefanti abitino ancora il nostro mondo (la scienza come mezzo per dimostrare l’esistenza dei fantasmi o per spiegare l’evoluzione?). È qui che emerge con forza un rapporto etereo tra la scienza e il mondo fantasmatico e spirituale tramandato dalle tribù attraverso i loro rituali; una connessione forse inspiegabile ma, in qualche modo, evidentemente presente.

Alla fine della ricerca, gli elefanti fantasma esistono o sono solo un’illusione? Non sono carne né corpo, ma un’altra immagine, stavolta non più fissata sulle pareti di una grotta, ma sullo schermo di uno smartphone, ripresi sbrigativamente da uno di quei personaggi incontrati dallo studioso durante il viaggio. Cosa ha ripreso? Leggende che si muovono silenziose, nonostante la stazza, oscurate dalle frasche del bosco? O fantasmi, ora diventati pixel? Ecco la definitiva trasparenza, quella che una volta era presente, viva su questa terra, e che può ancora esistere. Herzog continuerà a cercare, mentre Boyes continuerà a sognare. Se il suo sogno si realizza, diventerà fatto. Nel caso non si compia, diventerà il sogno di qualcun altro. Se non è questa la più nitida rappresentazione della continuità, della persistenza.

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