
La Source (trailer) è il primo lungometraggio della giovane regista canadese-tunisina Meryam Joobeur che trasforma il pluripremiato cortometraggio Brotherhood con cui viene candidata all’Oscar nel 2018 in questa potente opera prima selezionata alla Berlinale nel 2024 e a numerosi festival nel mondo. Coprodotto da Francia, Tunisia Canada, Norvegia e Arabia Saudita e realizzato anche con il fondo europeo Euroimages, Mé el Ain è il titolo originale che in arabo significa da dove si viene, Who do I belong to è infatti il titolo internazionale con cui è conosciuto il film.
Aicha (Salha Nasraoui) vede smembrata improvvisamente la sua famiglia quando rimane solo con il figlio minore Adam (Rayen Mechergui) e il marito Brahim (Mohamed Hassine Grayaa), dopo che i suoi due figli maggiori Mhedi (Malek Mechergui) e Amine (Charek Mechergui) abbandonano la loro casa di un villaggio pastorale del Nord della Tunisia per arruolarsi nell’ISIS e combattere in Siria. La vita della donna va avanti nel lacerante dubbio se siano ancora vivi e se torneranno. Mentre Brahim rimane realista lei avverte qualcosa: nei suoi sogni li ritrova dove li ha visti l’ultima volta, ricorre un cavallo bianco che angoscia la sua attesa, finché un giorno uno dei due ritorna, con una ragazza siriana che ha preso in moglie e dalla quale aspetta un bambino.
«Che cosa c’è che non va?» chiede spesso Aicha al figlio, la donna vuole capire, ci sono troppe cose che non tornano. La presenza silenziosa di Reem (Dea Liane), la moglie di Mhedi, coperta dal niqab fino agli occhi diventa inquietante. Nel villaggio iniziano a sparire alcuni uomini. La regia rimane sui volti dei personaggi penetrando nell’intimità delle loro emozioni attraverso i primissimi piani (suggestiva la scena dei volti di madre e figlio che si avvicinano come se si volessero fondere). A metà film siamo indotti a credere a qualcosa di surreale grazie all’uso insistito dell’effetto flou sulle inquadrature, che annullando la profondità di campo, confonde la realtà con le visioni. L’atmosfera da thriller psicologico diventa tesa al punto da far saltare sulla poltrona, come nel miglior horror americano.
L’invenzione della silenziosa figura femminile, coperta interamente dal niqab, è ancora più efficace nell’incutere terrore perché qualcosa di sconosciuto allo spettatore occidentale. È la rappresentazione metaforica del fanatismo religioso che incombe come un male ipnotizzante che fa vittime tra donne e uomini. Attraverso i tre capitoli in cui è diviso il film Le conseguenze, Un’ ombra emerge e il risveglio veniamo condotti gradualmente ad una verità finale sconvolgente tutt’altro che surreale, il cui climax è affidato a un abile montaggio sonoro che ci lascia immaginare la violenza indicibile di cui vediamo solo l’epilogo. Nemmeno l’amore di una madre potrà guarire le ferite della guerra jihadista, anche se vorrebbe trasferirle su di sé (il taglio sulla mano di Aicha continuerà a sanguinare).
La Source è un film che ha un impatto ancora più forte per lo spettatore europeo abituato principalmente ai drammi esistenziali del suo cinema. La prima regia di Meryam Joobeur presenta uno stile già ben definito con il quale riesce a esprimere in modo potente tutta la portata drammatica di una storia che per chi ha conosciuto le conseguenze della guerra è tragicamente reale.

