
Nella prima scena di Everybody Loves Touda sta racchiuso il cuore di tutto il film. C’è un’atmosfera di festa, musica, luce calda. Tra i personaggi, spicca una donna, è vestita di rosso sgargiante e canta, canta come se non le importasse altro. Dopo un po’, però, la situazione cambia. Gli uomini, fino a poco prima scherzosi e apparentemente innocui, iniziano ad avvicinarsi. Troppo. In un attimo cambia tutto: lo schermo si riempie di blu e grigio. La donna che cantava sta correndo in un bosco, sta scappando. Ma loro la raggiungono.
Il film di Nabil Ayouch, presentato al festival di Cannes nel 2024, si interroga sul ruolo della donna nella società marocchina contemporanea e, soprattutto, sul ruolo della donna nel mondo dell’arte. Touda (Nisrin Erradi) sogna di diventare una Cheikha. Le Cheikhat sono cantanti del folklore marocchino, custodi dell’Aïta, un tipo di canto tradizionale. Il piccolo paesino in cui la donna vive con il figlio sordomuto Yassine (Joud Chamihy), però, non offre molte possibilità. Touda si esibisce in piccoli locali per racimolare un po’ di denaro, ma, così facendo, si sottopone agli abusi degli uomini che vedono in lei non un’artista, ma un oggetto offerto per il loro divertimento. Per loro, infatti, non c’è molta differenza tra una cantante e una prostituta ed è proprio questo genere di pregiudizio che Touda vuole abbattere. Decide così di trasferirsi a Casablanca per tentare il successo.
Nel film è fondamentale la contrapposizione tra campagna e città. La prima è mostrata attraverso vedute della natura, ancora padrona dello spazio, mentre la città, al contrario, è rappresentata come una bolgia rumorosa in cui sembra non esserci più posto per le tradizioni che Touda porta con sé. Nonostante le differenze tra i due ambienti, la nostra protagonista dovrà fare i conti con un’amara scoperta: i pregiudizi e i soprusi infettano ogni luogo.
È interessante osservare come, nonostante la componente musicale importante, Everybody Loves Touda risulti nel complesso un film silenzioso. La rabbia e il desiderio di riscatto di Touda non emergono dai dialoghi, ma si leggono sul viso della donna, incorniciato in frequenti primi piani. L’uso ripetuto di simili inquadrature rende la visione pesante in diversi punti. A tale effetto contribuiscono anche i dialoghi piuttosto radi e vuoti, come detto in precedenza, e la trama che fatica a decollare. La prima parte del film, infatti, si limita a documentare la quotidianità difficile della protagonista. La durata, forse eccessiva, di questa prima sezione tende a far calare l’attenzione dello spettatore. Lo stesso effetto è dato, verso la fine, dallo schema abbastanza ripetitivo degli avvenimenti. Queste scelte stilistiche sono sicuramente funzionali a mostrare in modo realistico un contesto che, ancora oggi, non offre grandi possibilità alle donne, ma rischiano di non coinvolgere pienamente il pubblico.

