
Fino all’ultimo respiro, il capolavoro di Jean- Luc Godard e punto di riferimento della nouvelle vague quest’anno compie 66 anni, pur rimanendo uno degli esempi più clamorosi di rivoluzione cinematografica. Importantissima per il cinema è stata la sua innovazione tecnica e narrativa, che nasce nel contesto della nuova onda francese. Il movimento cinematografico ha l’intento di rivoluzionare il cinema attraverso lo studio dei classici precedenti, dando vita ad un nuovo modello di cinema metariflessivo. Citando opere e autori precedenti in modo consapevole e trovando – sia nei canoni e negli stilemi classici che nell’introduzione di tecniche nuove – nasce la possibilità di fondare un linguaggio moderno.
Nel film di Godard si vedono le tendenze principali del Nuovo Cinema francese: la mancanza di una sceneggiatura, le riprese effettuate prevalentemente all’esterno, l’utilizzo del bianco e nero, l’impiego della luce naturale per dare una maggiore autenticità alle riprese e la macchina da presa a mano (che dà una resa documentaristica al film).
Nonostante i mezzi semplici e il budget basso Godard riesce a creare un mondo complesso, sia dal punto di vista filmico che profilmico; una rappresentazione intellettuale che vede prosperare la rottura delle regole tradizionali. Fino all’ultimo respiro presenta un confronto costante tra tradizione e modernità, una dialettica che permette di citare i classici nella realizzazione di un modo di fare cinema del tutto nuovo: lo studio attento della storia del cinema permette al regista di inserire le convenzioni tradizionali in contesti nuovi. Questa tendenza è evidente nella ripresa del noir hollywoodiano, vista nel protagonista Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo), che cita il personaggio iconico di Humphrey Bogart (Il mistero del falco, Huston) nel vestiario e nei manierismi.

La presenza di una tecnica specifica, un linguaggio eterogeneo e riconoscibile rimanda alla “politica degli autori”, teorizzata da Truffaut e Godard stesso sui Cahiers du Cinéma: il regista è l’unico autore del film, dunque è la tecnica a prendere il sopravvento sugli altri elementi dell’opera, ad esempio lo storytelling.
Notevole è l’introduzione del montaggio discontinuo, un sistema nuovo ed estremamente innovativo. Il regista si contrappone alla verosimiglianza del découpage classico hollywoodiano, un sistema teorizzato da André Bazin (padre della rivista Cahiers du Cinéma, per la quale scrive anche Godard). Ai tre punti fondamentali della découpage hollywoodiana – motivazione, drammatizzazione, chiarezza – il regista francese propone una tecnica contaminata dalla realtà, superando le regole del metodo di rappresentazione istituzionale. In tal modo si rompe il velo di finzione che il cinema classico aveva perfezionato e si verifica uno smontamento consapevole delle regole tradizionali.
I raccordi tradizionalmente usati per mascherare i tagli invece li evidenziano: il jump cut è un raccordo sull’asse utilizzato in senso sbagliato; il taglio dei tempi morti viene sostituito dal taglio delle scene di maggior azione, sminuendo l’azione drammatica e lasciando spazio ai momenti banali e quotidiani. Con la rottura della quarta parete si ha una provocazione esplicita, in cui il protagonista si rivolge direttamente alla macchina da presa e lo spettatore viene reso partecipe alla diegesi. Si verifica inoltre un superamento delle regole imposte per dare una resa armonica alle scene: dalla regola dei 180 gradi, con uno scavalcamento che rende evidente la presenza di un controcampo, a quella dei 30 gradi, spostando in misura minima la macchina da presa tra i tagli delle inquadrature.
Fino all’ultimo respiro segna l’inizio di un cinema autoconsapevole; lo scopo non è più la mimesis della realtà, ma la creazione di un linguaggio moderno capace di esprimere la complessità della vita umana in tutte le sue dimensioni.
Dal 9 marzo di nuovo in sala.

