Final Destination Bloodlines, la recensione: la morte trasformata in una maledizione generazionale

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La morte ha un disegno, uno schema, e anche se si riesce a sfuggirgli essa crea un nuovo piano. Questa è la premessa di base di quasi tutti i film di Final Destination. I personaggi continuano a scappare dalla morte, ma essa continua a inseguirli, portandoli via tutti, uno a uno: sembra inutile sfuggirle, come dice un personaggio in uno dei primi capitoli della serie. Se la morte è inevitabile, perché scappare? Eppure, quando questa si avvicina, persino la persona più saggia non può evitare la fuga. Essere vivi crea dipendenza.

Non c’è niente di più spaventoso della morte nella vita reale, nonostante sia l’unica certezza e arrivi per tutti. Eppure, continua ad apparirci disordinata e arbitraria, e spesso crudelmente ingiusta. I film stessi, definiti dall’impermanenza, sono un mezzo naturale per esprimerla e il genere horror è un ottimo modo per affrontare ed esorcizzare quel demone, per neutralizzarlo temporaneamente confinandolo nel regno della fantasia sanguinosa ma innocua. Ecco perché Heather e soci non smettono mai di impugnare la telecamera in The Blair Witch Project: finché c’è questo intermediario tra loro e la minaccia, staranno bene. I film non possono far loro del male. 

 La Morte è apparsa diverse volte al cinema, ma i film di Final Destination hanno la particolarità di trasformarla nel villain astratto di uno slasher. Nella misura in cui appare, è solo uno strano fruscio di vento, combinato con avvenimenti che sfidano la credibilità (un allentamento di bulloni, una goccia di condensa su un filo elettrico esposto, ecc.). C’è sempre un personaggio in un film di Final Destination che ha la premonizione e l’intuizione di capire il piano della Morte, ma è un po’ come Warren Beatty che svela la cospirazione in The Parallax View: la scoperta più pertinente è che non sopravviverà. 

 Arrivato a cavallo del millennio, come per profezia, il franchise di Final Destination si presenta come un’oscura pietra di paragone generazionale, intrattenimento per giovani che sentono di non avere alcun controllo sul proprio destino, pur avendo la capacità di prevedere cosa li aspetta. La Morte non arriva più attraverso fenomeni soprannaturali come mostri o fantasmi, né attraverso vendette umane, come uno psicopatico con maschera e coltello. La serie si innestava perfettamente con il franchise di Saw, che aveva al centro il sadico direttore di circo “Jigsaw”, ed entrambi parlano di morte meccanizzata. Le vittime si ritrovano intrappolate in una macabra trappola per topi, un marchingegno di Rube Goldberg progettato da un Dio indifferente. Nella misura in cui l’universo ha un ordine, è una macchina per uccidere. 

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Ogni film di Final Destination segue la stessa premessa generale: il protagonista ha la premonizione di una tragedia orribile che miete molte vittime, compresa la sua. Grazie a questo presagio, riesce a mettere in salvo se stesso e chi gli sta vicino. Tuttavia, coloro che ha salvato iniziano a perire uno dopo l’altro in incidenti bizzarri e macabri e c’è un metodo in questa follia. Sfuggendo al loro destino, i personaggi fanno infuriare la Morte stessa. Terrificante sia concettualmente che nell’esecuzione, la Morte è ironicamente definita da una mancanza di definizione, perché non ha forma, personalità o origine. Sebbene perseguiti i sopravvissuti e causi una miriade di folli incidenti, la presenza della Morte può essere percepita solo da una brezza gelida o dalla manipolazione dell’ambiente, e sembra essere motivata solo a far sì che i personaggi incontrino il loro destino – esattamente come lo splendido, recentissimo The Monkey.

La saga di Final Destination non solo sfrutta paure comuni, ma ne crea anche di proprie. Non è esagerato dire che chiunque abbia visto Final Destination 2 abbia sviluppato una fobia paralizzante dei camion per il trasporto di tronchi, e chi ha visto Final Destination 3 probabilmente crederebbe che sia proprio il film a spiegare perché i lettini abbronzanti siano passati di moda. Non è difficile instillare la paura attraverso il soprannaturale, ma questi film riescono davvero a trasformare oggetti di uso quotidiano in armi mortali.

Final Destination Bloodlines  (trailer) di Zach Lipovsky e Adam Stein, scritto da Guy Busick e Lori Evans Taylor, si discosta in modo significativo dal modello della serie. Questa volta la protagonista, la studentessa universitaria Stefani (Kaitlyn Santa Juana), non ha una premonizione di un disastro imminente, ma è piuttosto tormentata da un sogno ricorrente di una tragedia che sembra già avvenuta. Questo porta Stefani a scoprire che lei, insieme alla sua famiglia allargata, è segnata dalla morte. Con i voti in calo e alla disperata ricerca di risposte, Stefani torna a casa per cercare di ricostruire il motivo per cui potrebbe avere queste visioni e per scoprire di più su Iris. Nonostante suo padre e suo zio le dicano di stare lontana da Iris, Stefani scopre presto la verità sulle sue vivide visioni e su come la Morte sia una nemica ineluttabile.

Final Destination Bloodlines lancia quindi un colpo di scena nel mix narrativo della saga. Non si tratta di una rivisitazione di tutto ciò che lo ha preceduto: anzi, questo film ricuce alcuni punti in sospeso di film precedenti e di personaggi già introdotti. Detto questo, i registi sanno anche cosa vuole il pubblico e si attengono alla formula collaudata. Il film dà la falsa speranza che gli/le spettatori/trici possano scoprire il piano della Morte e tentare di evitarlo con estrema cautela. Proprio come nei film precedenti, però, non è altro che un pio desiderio, perché la Morte attacca con maggiore violenza quando provi a interferire con essa. Final Destination Bloodlines non si concentra sulle grandi esplosioni di aerei o sugli incidenti nei parchi a tema vintage. Piuttosto, sceglie le situazioni più semplici e innocue per dimostrare come la Morte sia come MacGyver e crei caos con normali oggetti domestici di routine quotidiana. Nessuno guarderà più un barbecue o una stanza d’ospedale allo stesso modo dopo aver visto questo film.

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Uno degli aspetti più interessanti di Final Destination Bloodlines è che trasforma la Morte in una maledizione generazionale. Questa è una novità assoluta per il franchise, ma dimostra che la Morte non ha solo un modo di agire e può essere molto più crudele di quanto sembri. Ciò significa anche che la Morte ha aspettato anni per reclamare quelle vite, poiché ora sarà più doloroso e tragico per chi è sopravvissuto negli anni ’60, perché vedranno le persone care morire nei modi più bizzarri. Il sangue stesso è la miccia che innesca la tragedia successiva. Mentre i personaggi cercano di comprendere e fermare il loro destino, iniziano a rendersi conto di essere stati scritti in un copione. La morte qui non è un evento isolato, ma attanaglia l’intera generazione. Final Destination Bloodlines trasforma quella che era una reazione a catena di strani incidenti in qualcosa di molto più agghiacciante: un destino ereditato. Questo cambiamento conferisce al franchise una nuova profondità, rendendo questo capitolo meno incentrato su come i personaggi muoiono e più sul perché erano destinati a morire.

Non è però necessario aver visto i film precedenti per apprezzare questo. L’unico personaggio che ritorna è l’inquietante impresario di pompe funebri William Bludworth, interpretato da Tony Todd. La morte dell’attore, avvenuta a novembre 2024, ha lasciato un segno indelebile nella comunità dell’horror, il che rende ancora più emozionante una delle sue ultime apparizioni sullo schermo nell’ultimo capitolo della saga. In vista dell’uscita nelle sale cinematografiche, il produttore Craig Perry ha parlato a Deadline dell’ultima volta che ha lavorato con Todd: «Sapevamo che era ovviamente molto malato, ed era abbastanza chiaro che quello sarebbe stato il suo ultimo ruolo in un film», ha detto; «E il fatto che fosse uno dei film di Final Destination lo ha reso ancora più toccante». Finalmente, la serie fornisce una risposta definitiva su chi sia veramente il suo personaggio e su come si inserisca nella storia. Tuttavia, una delle scene più memorabili – e commoventi – arriva per gentile concessione dell’uomo misterioso, il quale si lancia in un monologo che sembra sia un promemoria per godersi la natura preziosa della vita, non solo da parte del personaggio, ma anche da quella dell’attore.

Il cuore di Final Destination Bloodlines, ma anche quello dell’intera saga, ci ricorda che le nostre vite sono costantemente in pericolo e che siamo assolutamente impotenti nell’evitare ciò che può fermarle. In ogni caso, abbiamo a che fare pure con uno dei franchise horror più divertenti e coinvolgenti. La violenza nella saga è così lontana dalla realtà e così povera di verosimiglianza che gli omicidi non sono affatto spaventosi: ogni morte è esuberante nella sua drammaticità, ma ancora di più nel suo umorismo. Sebbene il primo film di Final Destination preceda Saw di soli quattro anni, le morti nel primo sembrano quasi delle parodie delle esecuzioni del secondo. Sono folli, elaborate e brutali, ma anche completamente assurde e ridicole. Non possiamo prenderle sul serio e questo ci aiuta a esorcizzare la paura più grande di tutte.

Dal 15 maggio in sala.

Di Ilaria Franciotti.

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