Film sui supereroi: i consigli della redazione

copertina supereroi

Tra universi condivisi, crossover infiniti e crisi multiversali, i supereroi hanno dominato l’immaginario cinematografico contemporaneo come poche altre figure. In questo articolo collettivo i redattori di DassCinemag consigliano una lista sfaccettata di film incentrati sulla tematica.

IRON MAN (2008; Jon Favreau)

iron man, recensione

Iron Man è uno dei personaggi dominanti del Marvel Cinematic Universe: la personalità carismatica, ironica e coinvolgente di Tony Stark, interpretato brillantemente da Robert Downey Jr., rende tale character come uno dei più amati.  Il protagonista è un miliardario che dopo essere sopravvissuto ad un attacco subìto in territorio nemico, decide di reinventarsi come supereroe in armatura, utilizzando le sue conoscenze tecnologiche. Il film del 2008, diretto da Jon Favreau, dona vita ad una vera e propria icona, conquistando il pubblico sotto un punto di vista adrenalinico e visivo, ma anche empatico, mostrando il complesso essere umano che vi è dietro: il percorso del personaggio segue una profonda trasformazione interiore, in cui l’uomo supera i propri limiti attraverso una maggiore consapevolezza di se stesso. Stark accende il motore narrativo firmato Marvel attraverso genialità, rivoluzione e sano egocentrismo.

Di Sonia Spera.

SUPER (2010; James Gunn)

Super, recensione del film

Frank Darbo (Rainn Wilson) cuoce hamburger nella squallida cucina di una tavola calda molto poco affollata. Ha solo due ricordi felici nella vita: il giorno del matrimonio con Sarah (Liv Tyler), la cameriera della quale si è innamorato, e quello in cui ha aiutato un poliziotto a catturare un ladro. Le cose cambiano quando Sarah, ex alcolista e tossicodipendente, decide di lasciarlo di punto in bianco per seguire Jacques (Kevin Bacon), proprietario di uno strip club e spacciatore. Frank non riesce a darsi pace e, dopo essere stato toccato in sogno dalla mano di Dio, decide di indossare i panni dell’eroe Saetta Purpurea per combattere il crimine e salvare la sua amata. James Gunn attinge dagli archetipi supereroistici e dall’estetica fumettistica per dare vita a un film stravagante e grottesco, narrando comicamente le gesta sanguinolente di un personaggio profondamente tragico, plasmato da un indottrinamento religioso assai rigido e intrappolato nella dipendenza affettiva. Balloons, scritte e didascalie si innestano nella mente schizoide del protagonista, mentre le proporzioni della morale e della giustizia si deformano, lo humor nero trionfa in team-up con la dissacrazione.

Di Nickolas Stefani.

X – MEN: FIRST CLASS (2011; Matthew Vaughn)

X men first class, recensione

Due bambini, una diversità radicata nel sangue e un futuro destinato a congiungerli solo per dividerli nuovamente. La responsabilità di ricostruire il mito dei mutanti dopo la trilogia originale dei primi anni 2000 è tutta nelle mani di Matthew Vaughn. Il regista sceglie dunque di ripartire direttamente dai caposaldi della cultura fumettistica degli X-Men: Professor X e Magneto. Le due mentalità differenti, una fondata sull’eterna fiducia nella specie umana, l’altra nella diffidenza, sono però solo due riassuntivi punti di vista di una questione più ampia. Il supereroe cambia le sue radici. Non si tratta più di esseri umani eroici che costruiscono le proprie armature nelle grotte, il superpotere è già insito nel sangue, dalla nascita stessa. Spesso però queste abilità innate, proprio essendo tali, perdono la loro funzione ausiliaria e si fanno ostacoli, per il soggetto stesso e per gli altri. Il mito dei mutanti ragiona a livello intrinseco sull’accettazione delle proprie diversità e sulle difficoltà in questo percorso, indagando sia il mondo interiore dei “diversi” sia il loro rapporto con chi li giudica tali. Nonostante alcune radicali differenze rispetto al mondo fumettistico, X-Men: First Class è un tentativo ben riuscito di rimettere in contatto il pubblico cinematografico con gli inizi di un nuovo, rivoluzionario concetto di supereroe.

Di Livia Minorenti.

THE IRON GIANT (1999; Brad Bird)

The iron giant, recensione

Non c’è un modo universale per diventare eroi. Chi ha la fortuna di guadagnarsi questo titolo, che nella sua semplicità rivela tutta la profonda e disinteressata dedizione verso il benessere altrui, non ha nemmeno una forma sempre uguale. The Iron Giant, film cult di animazione che si è insinuato silenziosamente nel cuore di tante persone sin dalla sua uscita nelle sale nel 1999, racconta in maniera tenera, ironica ed efficace la storia di Hogarth, un ragazzino di una città rurale e di vedute ristrette, che incontra un immenso robot precipitato dallo spazio. La sua devozione verso la vita, la sua gioia nel perdere e ritrovare la pazienza di spiegare il mondo a chi non lo ha mai conosciuto e, soprattutto, la voglia di aiutare sempre chi è in difficoltà saranno le basi per costruire un’amicizia reciproca che sconfigge ogni limite e trasformerà entrambi nella versione migliore di loro stessi. In tempi in cui l’egoismo dilaga, questo film ci ricorda con affetto quanto valga meravigliosamente la pena fare del bene, fuggendo dal circolo vizioso che ci invita a perpetuare il male che abbiamo subito. Perché nulla è già scritto e niente è già deciso: siamo chi «scegliamo e cerchiamo di essere», ogni giorno della nostra vita.

Di Cristina Esposto.

WONDER WOMAN (2017; Patty Jenkins)

WONDER WOMAN, RECENSIONE

È vero, il caldo degli ultimi giorni ci sta mettendo a dura prova, ma se a fine giornata, tra integratori e sali minerali, siamo sopravvissuti ad insolazioni e cali di zuccheri improvvisi, abbiamo il diritto di poterci ritenere eroi ed eroine in costume da bagno, pronti a tuffarci sul divano sotto il getto fresco del condizionatore. Se poi il premio include anche vaschetta di gelato e film, eccone uno che subito ci farà rivingorire e sentire indistruttibili: Wonder Woman. Interpretata da una formidabile Gal Gadot ed investita da un irrefrenabile desiderio di pace e fratellanza tra gli uomini, l’eroina di Jenkins non indossa tutine glitterate, ma abiti moderni ed eleganti, legge i classici, scaglia fuochi e fiamme, impressiona con acrobazie e salti mortali, eppure il suo superpotere è altrove – nell’altruismo, nella solidarietà, nell’empatia e nell’amore verso il prossimo, verso chi è più fragile, verso chi è diverso da noi in tutto e per tutto. Riusciamo, quindi, ad intercettare una realtà che è fantastica soltanto sullo schermo e che è molto più reale di ciò che potrebbe sembrare. Che se anche noi iniziassimo a coltivare quei sentimenti davvero, vivremmo sicuramente in un mondo migliore… e forse pure meno caldo!

Di Arianna Santilli.

BIRDMAN (2014; Alejandro González Iñárritu)

birdman, recensione

Anti-archetipico rispetto alla concezione tradizionale dei film di supereroi, Birdman -o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza di Alejandro González Iñárritu è un’opera dalla straordinaria potenza visiva ed evocativa. Birdman racconta la storia di Riggan Thomson (non a caso interpretato da Michael Keaton), attore quasi indissolubilmente ancorato al suo alter ego, il supereroe Birdman, che ha interpretato sul grande schermo. Riggan tenta di rilanciare la propria credibilità artistica attraverso il teatro, antitetico al cinema artificioso e spoglio di contenuti che lo ha consacrato come stella. La sua opera di redenzione è costellata di ostacoli: gli attori che lo affiancano in scena, come il controverso Mike (Edward Norton), ossimoricamente autentico solo quando recita; il difficile rapporto con la figlia Sam (Emma Stone), ex tossicodipendente; i pregiudizi della critica teatrale e soprattutto l’incessante voce di Birdman, che lo incita a rinunciare per tornare alla sua mediocre carriera cinematografica. L’opera di Innaritù è straordinaria tanto dal punto di vista contenutistico quanto da quello tecnico: Riggan è ossessionato dall’idea di come verrà ricordato dal pubblico al termine della sua carriera, al punto da volersi scrollare di dosso i panni di Birdman, simbolo di un’arte inquinata da effetti speciali privi di sostanza. Il regista messicano accompagna un soggetto di tale portata evocativa con una regia interamente effettuata in piano sequenza, scelta a dir poco ambiziosa ma pienamente giustificata, arricchita dalla solita fotografia impeccabile del pluripremiato Emmanuel Lubezki.

Di Nicolò Pierro.

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