Federico Frusciante: nel buio, insieme

Federico Frusciante: nel buio, insieme

Per anni, in Italia, parlare di cinema ha spesso significato scegliere tra due mondi che si guardavano con sospetto tra di loro. Da una parte la critica “istituzionale” (giornali, riviste, festival), con la sua autorevolezza e, a volte, con una distanza quasi invalicabile. Dall’altra la rete, che stava iniziando a trasformare il discorso in qualcosa di più rapido, istintivo e rumoroso: spesso più accessibile, ma anche più fragile. In mezzo mancava una figura capace di tenere insieme le due cose senza tradirle. Una voce popolare senza essere semplificata. Una voce competente senza diventare elitaria. Una voce che non parlasse sopra gli spettatori, ma insieme a loro.

E quando finalmente quella voce ha iniziato a prendere forma, non aveva nulla del critico come lo immaginiamo. Non aveva un palco. Aveva scaffali. Aveva titoli consumati. Aveva una videoteca a Livorno. E da qui, un nome ha finito per significare un modo nuovo di credere e raccontare il cinema: Federico Frusciante.

Consegnato al mondo degli appassionati come “L’ultimo dei videotecari”, ciò che poteva sembrare semplice folklore è diventato, in realtà, la definizione più fedele della sua voce fuori dal coro: un’idea di cinema come relazione e un’idea di critica come trasmissione. Un mai nascosto spirito post-punk tradotto in un amore viscerale per la materia filmica, capace di attraversare senza pregiudizi autorialità e generi, classici e serie B.

Ridurre Frusciante a uno “Youtuber” è sempre stato il modo più rapido per non capirlo. Infatti, la piattaforma ha rappresentato un megafono, un’estensione di quello che aveva già imparato a fare tra gli scaffali. I numeri contano, certo. Ma da soli non bastano. La verità è che, per una generazione, la critica ha smesso di essere un recinto ed è tornata a essere un invito. E quando questo discorso ha iniziato a stare stretto dentro lo schermo, è arrivato il passaggio decisivo: Criticoni. Non un progetto laterale, ma l’evoluzione naturale di tutto il resto. Portare tutto fuori dal digitale e rimettere il cinema nel luogo che gli appartiene davvero: la sala.

A questo punto Frusciante è diventato più di una voce. Perché i Criticoni non sono una tournée, né un evento. Sono una presa di posizione. Un modo di dire che il cinema non è un contenuto, non è un’abitudine da divano, ma un luogo e una comunità che si riconosce nel buio. In un’epoca in cui lo streaming ha trasformato i film in scelte da consumare e la pirateria in oggetti da possedere, lui ha fatto l’opposto. Ha intensificato la relazione, difendendo la sala non come nostalgia, ma come necessità. Perché la sala non è solo il modo giusto di vedere un film. È il modo in cui tutto questo continua a esistere davvero.

Federico non ha lasciato solo opinioni, né una lista di film consigliati. Ha lasciato un modo di guardare. Un modo di stare davanti a un’inquadratura, dentro un genere, dentro un classico. Un modo di partecipare, insieme agli altri, senza filtri e gerarchie. Ogni tanto il cinema ci insegna una categoria che poi finiamo per usare nella vita: prima e dopo. Prima e dopo Quarto Potere. Prima e dopo 2001: Odissea nello spazio. Anche la critica italiana, e il come una generazione ha imparato a stare dentro la settima arte, ha avuto il suo spartiacque. Un prima e dopo Federico Frusciante.

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