
«What do you say we toast our tea to family relations?». Bicchieri in vetro colmi d’acqua (perché in casa non si ha nulla di più da offrire), tazze e tazzine in porcellana riempite di tè caldo o caffè, sorseggiati in compagnia dei propri cari nel soggiorno dell’abitazione in cui la propria famiglia si è un tempo costituita ed ora disgregata, o, alternativamente, negli interni di un tipico caffè parigino. Rare occasioni di ricongiungimento, in una vita in cui si è ormai deciso di centellinare la presenza dell’altro, per poter continuare a volergli bene nella tolleranza delle divergenze che la distanza lungamente mantenuta e la temporaneità del riavvicinamento sole consentono di praticare. Si ha giusto il tempo per un bicchiere d’acqua, una tazza di tè o una tazzina di caffè. Tanto è il tempo trascorso dall’ultimo incontro, nell’arco del quale, comunque, non ci si è presi del tempo per procurarsi una bevanda adatta al brindisi. Acqua, tè, caffè: non porterà mica male?
Presentato in Concorso all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, Father Mother Sister Brother (trailer) è l’ultima opera scritta e diretta da Jim Jarmusch, icona del cinema indipendente statunitense. Il film si compone di tre distinte sezioni, ciascuna una slice of life, una finestra su un raro momento di aggregazione famigliare nelle vite del padre interpretato da Tom Waits e dei suoi figli Jeff (Adam Driver) ed Emily (Mayim Bialik; The Big Bang Theory, 2007-‘19) in Father, della madre interpretata da Charlotte Rampling e delle sue figlie Lilith (Vicky Krieps) e Timothea (Cate Blanchett) in Mother e, in ultimo, in quelle dei gemelli Skye (Indya Moore; Pose, 2018-‘21) e Billy (Luka Sabbat; Grown-ish, 2018-‘22) in Sister Brother.
Il Jarmusch di Father Mother Sister Brother non è di certo il migliore che si sia visto nel corso della sua ultraquarantennale carriera, ma non ha, con altrettanta sicurezza, perso il proprio tocco. Il punto di forza del suo ultimo lavoro risiede, come per il resto della sua opera, nella semplicità che lo caratterizza sotto ogni aspetto, a partire dal contenuto. La poetica di Jarmusch, infatti, si mantiene ancorata a quella valorizzazione dell’ordinario che ha consentito al cineasta di entrare e, negli anni, di restare in dialogo con un pubblico sempre più vasto, riuscendo nell’ardua impresa di intersecare contemporaneamente le generazioni più distanti fra loro.
Come per il cult Coffe and cigarettes (2003), la composizione episodica di Father Mother Sister Brother contribuisce alla sensazione, durante la visione, di star assistendo alla rappresentazione di una moderna opera di teatro, per il ricorso ad un esiguo numero di location (in prevalenza spazi interni, che si tratti di un salotto, un caffè o l’abitacolo di un’automobile), nonché ad un altrettanto essenziale campione di personaggi/interpreti. Al fascino teatrale del film contribuisce, inoltre, la patina leggermente fittizia ed irreale dei dialoghi, comunque perfettamente coerenti con le regole dell’universo jarmuschiano.
Anche in Father Mother Sister Brother, a proposito di dialoghi, è ad essi che Jarmusch attribuisce il ruolo di colonna portante della rappresentazione filmica, a fronte di una regia priva di virtuosismi, pulita, quasi invisibile. Le situazioni conversazionali, di per sé, rivelano i caratteri dei personaggi e i loro sentimenti reciproci tramite i gesti, gli sguardi e le inflessioni di voce più sottili. Almeno nei primi due episodi del film – grazie anche alla straordinarietà degli interpreti, su tutti l’esilarante Waits e l’elegantissima Rampling – gli stessi dialoghi risultano brillantemente infarciti di quel tono al limite tra il comico e il grottesco che tanto definisce lo stile Jarmusch. La carenza della stessa verve umoristica nel capitolo conclusivo lo rendono il meno coinvolgente, per quanto di primaria importanza ai fini della comprensione complessiva del trittico.
Seppur non privo di pecche, Father Mother Sister Brother offre agli spettatori affezionati al cinema di Jarmusch esattamente ciò che questi si aspettano – circa due deliziose ore di bizzarra tenerezza – e, a quanti ancora estranei alla sua poetica, la possibilità di farne un assaggio fedelmente rappresentativo. L’invito è a vedere nell’ultima opera del regista un’occasione per godere, per la prima o l’ennesima volta, della rappresentazione di un amore, alla fine, sempre in grado di trascendere le sostanziali differenze e l’inevitabile grado di separazione tra individui che mai arriveranno a comprendersi fino in fondo, ma che con naturalezza quasi ingenua, accetteranno la loro difformità come condizione necessaria all’amore che li lega.

