#RomaFF20: Esta Isla, la recensione del film di Cristian Carretero e Lorraine Jones

Esta Isla. la recensione del film di Cristian Carretero e Lorraine Jones DassCinemag

Cristian Carretero e Lorraine Jones dirigono Esta Isla (trailer), opera in Concorso alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, perseguendo l’intento di immergere il pubblico in una vera e propria marea emotiva che avanza e si ritrae costantemente, alternando quiete e tensione.

Ambientato in una cittadina di Porto Rico, il film segue le vicende di Bebo (Zion Ortíz), un adolescente che vive insieme al fratello maggiore: i due lavorano quotidianamente come pescatori, ma la povertà e la pressione sociale li spingono verso attività illegali che promettono denaro facile. La componente conflittuale esplode nel momento in cui avviene un inaspettato spargimento di sangue e a rimetterne la pelle, è una delle persone più care al protagonista; Bebo, travolto dagli eventi, decide di fuggire insieme a Lola (Fabiola Brown), una giovane donna proveniente da una famiglia benestante, intenta ad abbandonare la sua opprimente realtà. I protagonisti sperimentano un viaggio che è tanto fisico quanto simbolico: attraverso paesaggi selvaggi e spazi intrisi di memoria, i ragazzi provano a sfuggire alla furia di due sicari intenti a risolvere alcuni affari lasciati in sospeso.

Fin dalle prime inquadrature, la struttura narrativa rivela un’architettura frammentaria: il racconto non segue un filo temporale lineare, bensì si svolge in favore di un narrative loop che alterna presente e memoria, creando così un effetto di sospensione costante; l’isola stessa non rappresenta soltanto un luogo fisico, ma anche uno spazio in cui i due ragazzi perdono progressivamente il controllo della propria identità. I dialoghi dei personaggi mirano a diventare un eco interiore, un riflesso della propria sfera emotiva piuttosto che un’effettiva fonte d’informazione: è possibile affermare come sia stata utilizzata una tecnica di delayed exposition – rivelazione ritardata – per mantenere alta la tensione, permettendo al pubblico di decifrare il mistero attraverso indizi visivi e gesti, trasmettendo un senso di progressiva alienazione.

La regia realizza una composizione visiva straordinaria: il lavoro svolto tra luci e ombre crea un continuo disorientamento visivo, un’interferenza percettiva provocata anche dallo sconvolgimento di inquadrature statiche che vengono interrotte da tracking shots, generando un ritmo rapido legato ai momenti di fuga e movimento dei characters; la scelta dei colori rappresenta un ulteriore elemento finalizzato a trasmettere stati d’animo particolari, come nei casi in cui viene applicata una desaturazione delle immagini, donando un senso di freddezza e distanza che colpisce progressivamente il legame dei personaggi.

Esta Isla chiede allo spettatore di osservare, non di identificarsi, non di empatizzare necessariamente con i ragazzi, bensì di provare a percepire la difficoltà da loro vissuta nel cercare il giusto equilibrio tra fragilità e resistenza. La forza del film non risiede nell’offrire risposte, ma nell’aprire uno spazio di riflessione finale dove lo spettatore deve mirare ad una personale costruzione del senso dell’opera. Così il cinema contemporaneo continua a dimostrare – magistralmente – il suo essere in grado di realizzare esperienze percettive, sensoriali ed immersive, andando oltre la semplice parola scritta.

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