
È affidato a un lucidissimo montaggio alternato, nel cuore nevralgico di Ensemble (trailer), il compito di esplicare, con disarmante immediatezza, la scommessa attraverso cui la giovane regia di Manuel Cundari ed Eugenio Piluso sceglie di (dis)articolare la propria, intima ricerca intorno all’orizzonte delle infinite possibilità espressive del cinema del reale. Siamo a metà film, e la macchina da presa si immerge nella spontaneità assoluta di un gruppo di ragazzi della Casa di Abou Diabo – il centro SAI per minori stranieri non accompagnati ad Acri – che ridono, giocano e si rincorrono spensieratamente tra le onde del mare. Cundari e Piluso osservano e catturano, accompagnati dalle note di Sponda Sud di Eugenio Bennato, istantanee di pura adolescenza, frammenti che però presto vengono fatti dialogare con le drammatiche immagini d’archivio delle missioni di salvataggio della flotta civile di Mediterranea Saving Humans, catturate in mezzo al nulla del mare nostrum. In questa folgorante sequenza-manifesto, attraverso la quale prende consapevolmente corpo una sintesi emotiva lontana tanto dagli algidi reportage d’inchiesta quanto dalle anestetizzanti e paternalistiche narrazioni di cui si fa vanto certo cinema di finzione, emerge in tutta la sua nitidezza la potenza dello sguardo appartenente al giovane binomio registico formatosi all’Università della Calabria [1].
È proprio tra queste mura che la routine di questo gruppo di ragazzi viene convertita nel porto sicuro di un vero e proprio laboratorio cinematografico svoltosi nell’arco di alcuni mesi nella Casa di Abou Diabo. Un definito raggio d’azione in cui Cundari e Piluso scelgono inoltre di inserire e sceneggiare – sceneggiatura scritta a sei mani con l’aiuto di Martina Calvelli – anche l’esperienza di un laboratorio musicale; un’ “invenzione” necessaria ed eletta a manifesto di tutte quelle attività culturali che la struttura propone abitualmente ai propri beneficiari. Un’operazione il cui obiettivo primo (e ultimo) è quello di trasformare il set in uno strumento collettivo con cui affrontare il passato, guidato dall’esplicito intento politico di non congelare i ragazzi nella classica e riduttiva definizione burocratica di MSNA. Un orizzonte, questo, il cui cammino non può che risiedere proprio nell’offrire loro nuove prospettive e, soprattutto, gli strumenti per sviluppare uno spirito critico necessario a interpretare il mondo una volta usciti dal centro, tracciando così le coordinate di una nuova normalità.
Senza dover poi cedere alle astratte gabbie di un discorso teorico, è presto detto quale sia la doppia natura chiamata a muovere i fili del sopracitato cinema del reale, ovvero la necessità di far incontrare, senza soluzione di continuità alcuna, realtà e finzione. Un doppio binario, un solco rispetto alla convenzione scavato anche da Ensemble, che agisce infatti intrecciando senza sosta le interviste frontali e i ricordi più intimi dei ragazzi a una struttura narrativa scritta a tavolino – ovviamente fedelmente modellata sul vissuto reale dei nostri protagonisti attraverso la tecnica del re-enactment – che vede al centro il percorso di Sekou, un ragazzo appena sbarcato e accolto all’interno della comunità, la cui reale e traumatica esperienza di inserimento nella struttura viene rimessa in scena.

Per questo la scommessa di alternare sistematicamente la linearità di questo racconto guidato al mosaico delle testimonianze degli altri ragazzi, che polverizza i confini del racconto individuale – senza però intaccare la dignità di ciascuno di loro – a favore di un discorso corale su un’epopea condivisa, è ancora più dirompente, come una vampa improvvisa che si estende a macchia d’olio sull’inquadratura senza che si possa contenerne in alcun modo la forza. E come si sopravvive? Ovviamente con questo alternarsi continuo, impossibile e bellissimo, tra il cammino “solitario” del nuovo arrivato e i volti dei suoi compagni che rispondono alle domande della troupe. Impossibile perché durante la visione sembra non esistere distinzione tra realtà e finzione – se di finzione in Ensemble si può parlare -, con quest’ultima da intendersi solo ed esclusivamente come uno strepitoso surrogato della prima. Una partitura della messinscena che non può che convincere e certificare la netta consapevolezza di trovarsi al cospetto di una traiettoria singolare e stimolante anche sotto il profilo della pura sperimentazione cinematografica.
A dimostrare come questo non sia un mero guizzo critico ci pensa il progressivo superamento del trauma da parte di Sekou, il suo sentimento, la sua pretesa di sopravvivere a sè e al proprio tempo, a quel destino di “eterna vittima” che la cronaca vorrebbe imporgli. I ragazzi della Casa di Abou Diabo non sono in fuga dalla memoria dolorosa dell’esodo – ma è straordinaria per intensità la sequenza conclusiva in cui Sekou si risveglia disteso, rannicchiato sul proprio letto, stringendo felice il quaderno di musica ricco di complimenti del maestro – ma stanno cercando di ritrovarsi e ricollocarsi nello spazio e nel tempo. Ciò che è quasi affogato può rinascere, o forse semplicemente è sempre stato lì, in un luogo della memoria che è però anche del quotidiano, dell’oggi, certificato attraverso una circolarità dove è il mare a farsi termometro di questa metamorfosi. Infatti, se l’incipit dell’opera viene aggredito dalla minaccia fuori campo delle onde e delle grida strozzate di un naufragio, un orrore che si materializza nel risveglio improvviso di Sekou da un incubo notturno, il finale è rappresentativo di un capovolgimento speculare e catartico. La macchina da presa torna a inquadrare la medesima situazione, ma con una colonna sonora ormai radicalmente mutata: le onde si avvertono tranquille, soavi, finalmente riconciliate con la terraferma.
Dov’è, allora, il segreto di un simile successo? La risposta secondo noi risiede nel metodo che ha guidato la costruzione di Ensemble dietro le quinte. Un successo interamente figlio del suo workshop laboratoriale e partecipativo. Cundari e Piluso – come raccontato in un’intervista per Almanacco Cinema – hanno infatti consegnato ai ragazzi della comunità i mezzi tecnici del cinema, invogliandoli anche a documentare in prima persona frammenti della propria quotidianità, trasformando così il set in uno spazio fraterno e protetto, capace inoltre, come testimoniano le immagini sullo schermo, di riscoprire la forza del gioco, della condivisione e della spensieratezza.
Chissà se anche la disicantata Ansa, anima fragile e malinconica dello splendido Foglie al vento di Aki Kaurismäki, amerebbe sezionare ulteriormente il mediometraggio calabrese insieme a quei due pseudo-critici intenti, fuori dalla sala, a incastrare l’ultimo I morti non muoiono di Jim Jarmush in un’improbabile analogia tra Bresson e Godard; di certo con la pura trasparenza dei sentimenti di Ensemble si troverebbe a casa, lei che liquidiva ogni spocchioso sofismo ammettendo semplicemente di non essersi divertità così da tanto tempo.
Nota
[1] La maturità espressa dalla giovane regia ha già trovato un importante riscontro nel circuito festivaliero. Il mediometraggio ha infatti raccolto allori che spaziano dalle selezioni ufficiali di Lisbona, Madrid e Innsbruck, fino alla vittoria del Primo Premio al Siloe Film Festival e del titolo come Miglior Documentario al Festival del Tempo di Roma. Per l’elenco completo delle selezioni ufficiali e dei premi ottenuti dall’opera, che ha recentemente toccato anche il palco del Terrae Film Fest di Civitavecchia, è possibile consultare la sezione dedicata sul Sito Ufficiale di Ensemble.
Crediti fotografici
Le immagini presenti all’interno dell’articolo provengono dall’archivio promozionale ufficiale di Ensemble.

