
Il regista messicano David Pablos sceglie di osare presentando nella sezione Orizzonti dell’ottantaduesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica un road movie senza filtri. Tra le strade desolate e arse dal sole del Messico si delinea un altro tipo di desolazione: quella interiore. I due protagonisti sono infatti entrambi due anime perse: Veneno è un giovane con un passato misterioso e traumatico, che trova conforto proprio nell’atto di fuggire dalla propria dimensione, chiedendo passaggi verso un viaggio in fuga da se stesso; Muneco è un uomo stanco, che dedica la sua vita al suo lavoro da camionista ricoprendone gli stereotipi, trovando in esso una maschera protettiva che gli faccia dimenticare gli errori del suo passato. Queste sue solitudini si incontrano: Muneco accetta di portare Veneno con sé durante i suoi spostamenti in camion e i due si avvicineranno sempre di più. La collusione tra queste due entità non può che avere un risultato esplosivo, per cui i demoni del passato di Veneno tornano a chiedere il conto. Sarà allora nelle mani di Muneco decidere se sacrificarsi per aiutare il suo amante o voltargli le spalle.
Il film gode di un curatissimo apparato tecnico. La meticolosità della fotografia colpisce lo spettatore con delle inquadrature memorabili, spesso dall’alto grado di simbolismo e dal sapore onirico. Il montaggio rende l’avanzamento narrativo scorrevole, per un film che già non si dilunga nei suoi 93 minuti di durata.
En el camino utilizza il contesto nettamente machista e violento dei camionisti messicani per raccontare una storia di scoperta di se stessi. La sessualità è un elemento centrale, utilizzando la carnalità in maniera disinibita lungo tutto l’arco narrativo. È una scelta registica coraggiosa, ma estremamente realista, in quanto, come spiega il regista stesso nel Q&A a seguire, in quei contesti il sesso si consuma per lo più frettolosamente e con una buona dose di ferocia. Ma nelle scene tra i due protagonisti, si intravede sempre più una ricerca di tenerezza, un sentimento al di là dell’impulso. Lo si legge nei gesti, ma soprattutto negli sguardi dei due protagonisti.
Particolare attenzione viene infatti riservata alla storia di Veneno, attraverso digressioni efficaci. Inizialmente si tratta solo di inquadrature di pochi secondi, che richiamano ad un passato ancora irrisolto, poi chiarite dal giovane in momenti di confessione con l’amato. La storia di Veneno si articola su più eventi traumatici, collegati per lo più a due figure paterne. Il vero padre, che lo abbandona quando si rende conto dell’omosessualità del figlio, e un protettore, che in cambio di soldi e aiuto costringe vari giovani a prostituirsi per lui. Ne emerge dunque un quadro duro ma verosimile, in cui trovare modelli di riferimento sani per i giovani messicani è sempre più complesso e rischioso. Da ciò nasce una concezione dell’amore e del sesso poco sana, dando vita a una generazione persa. Ma la paternità emerge anche nella figura di Muneco, costretto ad abbandonare i figli a causa della dipendenza che lo rende un uomo violento e scontroso. Sono entrambi frutto di un gruppo sociale sempre più permeato da un ideale di mascolinità tossica che opprime e schiaccia ogni possibilità di evoluzione. L’indagine compiuta da David Pablos si carica così di implicazioni tematiche importanti, mantenendo sempre un occhio decisamente realistico e concreto, che gli valgono la vittoria del Queer Lion Award a questa ottantaduesima edizione della Mostra.

