
«La casa è un corpo». È con questa frase che la protagonista definisce il concetto di abitazione. Un rifugio, un territorio di appartenenza. Gray progetta un edificio inteso come luogo capace di accogliere la vita quotidiana e l’immaginazione. «Gli oggetti mi parlano», afferma a un certo punto, sintetizzando il rapporto quasi affettivo con il proprio lavoro. Ogni elemento infatti, come gli arredi, le linee e le superfici sono presenze che riflettono il carattere di chi li ha creati. E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare (trailer), docufilm diretto da Beatrice Minger e Christoph Schaub, racconta la storia della casa E.1027, costruita della designer e architetta Eileen Gray (interpretata da Natalie Radmall-Quirke), tra il 1926 e il 1929 sulla Costa Azzurra.
Fin dalle prime sequenze il film sceglie un approccio fortemente contemplativo. La macchina da presa insiste su dettagli di corpi, superfici, angoli di luce. In questo modo il cinema si avvicina al design stesso di Gray, che concepiva gli spazi come organismi complessi in cui ogni elemento dialoga con l’altro. La voce over, sospesa in un tempo indefinito, guida lo spettatore durante l’intero film, tra ricostruzioni e materiali d’archivio. Il risultato è un flusso visivo che ricorda un lungo racconto illustrato, dove le immagini scorrono una dopo l’altra con una fluidità quasi ipnotica.
La casa quindi è certamente un luogo fisico, ma anche un dispositivo narrativo. Le sue stanze diventano strumenti per raccontare il tempo, ma anche le trasformazioni della vita di Gray e del suo rapporto con il compagno e collaboratore Jean Badovici (Axel Moustache). Un’idea che richiama il modo in cui molti film contemporanei utilizzano lo spazio domestico per riflettere sui personaggi, come accade in Sentimental Value, dove l’architettura diventa una sorta di archivio emotivo. Le case cambiano, si trasformano, portano i segni di chi le ha abitate. Viene infatti ricordato che durante il nazismo, l’abitazione venne crivellata di proiettili, divenendo così superficie che registra la storia.

E.1027 è quindi un luogo che racconta il vissuto. Emerge soprattutto il rapporto conflittuale con Le Corbusier (Charles Morillon), che rimase affascinato dalla villa al punto da intervenire sulle sue pareti con una serie di murali realizzati senza il consenso di Gray, alterando l’equilibrio originario dell’edificio, realizzato mantenendo volutamente le pareti bianche. La casa diventa quindi il campo di battaglia di una più ampia questione di potere e gerarchie tra generi. Eileen Gray diviene simbolo di tutte le donne che nella storia sono state schiacciate dall’ego maschile. L’architetta si ritrova intrappolata in un sistema culturale che tende a subordinare la sua creatività a quella degli uomini che la circondano. La sua casa diventa allora un gesto di emancipazione, uno spazio progettato secondo una sensibilità autonoma.
Adottando visivamente una forma iconografica e stilizzata, il film utilizza alcune scene come se fossero quadri in movimento. Le figure appaiono isolate nello spazio, i gesti sono rallentati e gli ambienti ridotti all’essenziale. A tratti la contemplazione diventa persino eccessiva, eppure è proprio questa lentezza a permettere al film di restituire il rapporto quasi organico tra corpo umano e architettura. Ciò che resta è l’idea che una casa non sia soltanto un edificio. È un luogo dove immaginazione e vita si intrecciano. E.1027 è un luogo che resta, che vive della sua stessa esistenza e che conserva la memoria di una figura visionaria come Eileen Gray.
In sala.

