
L’impatto di Eleonora Duse sull’arte della recitazione è stato, e continua ad essere, grandemente significativo. La Divina – così l’aveva definita l’amante Gabriele D’Annunzio – ha costituito per l’arte dell’attore, sin quando ha avuto la possibilità e le forze di praticarla, un’inesauribile fonte di innovazione. Sul palcoscenico, la Duse ha ridefinito l’area del possibile e ne ha allargato nettamente i confini. È stata probabilmente tra i primi ad intuire che l’incantesimo del teatro, l’illusione di star assistendo al dispiegarsi della vita in scena, potesse attuarsi soltanto portando sul palco la vita stessa.
Per molti oggetto di studio durante la fase della formazione, il metodo recitativo della Divina è modello di riferimento anche per gli interpreti che popolano i nostri schermi, che si tratti di cinema, televisione o piattaforme streaming. Parlare della Duse non è mai inattuale, e il regista Pietro Marcello ha deciso recentemente di farlo nel film Duse (trailer), appunto, presentato in concorso all’ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia. Marcello ritrae la prima delle antidive (Valeria Bruni Tedeschi) negli ultimi anni della sua vita, alle prese con la salute malferma, il delicato rapporto con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant), gli sforzi per continuare a soddisfare l’insaziabile fame di teatro e il rapporto con il suo tempo.
Dal punto di vista visivo, Duse regala esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un’opera dello stesso autore di Martin Eden (2019), tra gli altri titoli. Una luminosa fotografia in pellicola curata da Marco Graziaplena (Scarlet, Marcello, 2022) valorizza le particolarità dei volti degli interpreti, nonché i dettagli degli splendidi costumi disegnati da Ursula Patzak (Il giovane favoloso, Martone, 2014; Volevo nascondermi, Diritti, 2020) e della scenografia minuziosamente progettata e decorata da Corrado Battorti e Mattia Lorusso. A richiamare l’opera teatrale La donna del mare (Ibsen, 1888), di cui in un primo momento si vede Duse interpretare la protagonista Ellida, Marcello sceglie il blu e le sue sfumature come i colori predominanti delle immagini del suo film. In esso, inoltre, concorre a tracciare il parallelismo tra la donna ibseniana e la divina Duse il regolare ripresentarsi dell’elemento iconografico del mare, a simboleggiare sapientemente la vastità e l’agitazione dell’animo della massima icona del teatro ottocentesco.
Seppur, come sottolineato, Duse raggiunga ottimi risultati sul piano estetico, il film risulta non pienamente riuscito, come se la sceneggiatura alla base non avesse raggiunto un grado di maturazione tale da rendere la visione memorabile per lo spettatore. Marcello ha sicuramente avuto successo nell’evocare lo spirito di Eleonora Duse, ma non ha costruito attorno all’ultima fase della sua vita una narrazione coinvolgente. Il film si presenta come una giustapposizione monotona di affreschi, piuttosto che come un racconto capace di condurre il pubblico attraverso un viaggio, partendo da determinate premesse e giungendo ad una certa realizzazione interiore.
L’ultimo film di Pietro Marcello è, come ci si aspettava, un piacere per gli occhi, senza che però questo basti a renderlo una visione da non perdere.

