
Dal 27 maggio su Netflix è disponibile Due Spicci (trailer), la nuova serie animata di Zerocalcare, noto fumettista e autore già apprezzato per le precedenti opere Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo. Con questa terza produzione seriale, Zerocalcare compie un passo decisivo nella sua maturazione artistica, consegnandoci l’opera più cupa, complessa e coraggiosa della sua trilogia animata. Se le serie precedenti erano attraversate da una vena di ironica disperazione, Due Spicci si inoltra in un territorio dichiaratamente “crepuscolare”, dove la luce della battuta comica fatica a filtrare.
Una delle novità più evidenti è la struttura narrativa: questa è una storia piena di numerose sottotrame. Ne sono presenti diverse, che corrono parallele per poi, a un certo punto, incrociarsi in un disegno più ampio. Questo approccio segna un deciso cambio di passo rispetto alle opere precedenti: il taglio è più cinematografico, lontano dalla sequenza di gag e monologhi che caratterizzava ad esempio Strappare lungo i bordi. Non sorprende, quindi, che le tempistiche di produzione siano state più lunghe: la regia è più ambiziosa, l’intreccio più articolato, il respiro narrativo più ampio.
Fra le immagini di apertura, abbiamo una pozza rossa a terra. Da lì in poi, elementi quali malavita e violenza si intrecciano a relazioni tossiche, litigi laceranti e profonde crisi esistenziali. L’impianto è profondamente noir: Zero incarna l’archetipo del protagonista disilluso, un antieroe messo alle strette da problemi più grandi di lui, che cerca con tutte le sue forze di fare del suo meglio e di aiutare gli altri, mentre lui stesso fatica disperatamente a rimanere a galla. È un uomo che annaspa, e il suo eroismo, se così si può chiamare, risiede proprio in questo tentativo ostinato di non affogare mentre prova a sorreggere chi gli sta accanto.

Le tematiche affrontate dai personaggi assumono una gravità maggiore rispetto alle opere precedenti, e la differenza fondamentale è riassunta in un dettaglio apparentemente minimo: questa volta, un discorso motivazionale di Sara non è sufficiente a risolvere le difficoltà. I problemi che Zero e i suoi compagni si trovano ad affrontare sono oggettivamente enormi, tali da far sembrare quasi irrilevanti i pur veri drammi interiori delle opere precedenti.
Ed è proprio la sesta puntata a sintetizzare questo scarto. Quando Zero confessa di voler tornare ai problemi di dieci anni prima. Illustra, con amara ironia, il classico meccanismo umano per cui i drammi attuali, vissuti come montagne insormontabili, col senno di poi si rivelano colline. Ma al contempo, svela il paradosso crudele di Due Spicci: qui le montagne sono reali, e guardare indietro non le ridimensionerà mai.
In questo scenario, Zero si configura come un protagonista atipico per la sceneggiatura tradizionale, ma di una verità umana disarmante. Non è un eroe che prende in mano il proprio destino; è un uomo che si è lasciato trasportare dal flusso degli eventi, che non ha mai veramente scelto, che si ritrova a dover gestire situazioni più grandi di lui senza averle cercate. Arriva al punto di fare bilanci esistenziali in cui la soddisfazione è tutt’altro che scontata. La scrittura, cesellata in ogni battuta, trasforma questa deriva personale in momenti di profonda condivisione. La malinconia che permea il racconto non allontana, ma crea un ponte emotivo: nel sentirsi capiti, troviamo una forma di conforto che la storia stessa, volutamente, nega.

A dare voce a questo sentimento è, ancora una volta, l’Armadillo. Più di una coscienza, diventa la nostra coscienza, il portavoce di dubbi, paure e riflessioni universali. È in questo coro interiore che risuona la frase chiave, il testamento emotivo della madre di Zero: «Solo una cosa te chiedo… de esse felice». Una sintesi perfetta del messaggio centrale: la felicità non è una corsa a ostacoli scandita dalla paura del fallimento, ma il perseguimento di ciò che autenticamente ci appartiene.
Zero risponde «sì» alla madre, mentendo per non destare preoccupazione. È una scelta narrativa che conferma come Due Spicci non sia una serie concepita per consolare. È un’opera che intende, piuttosto, evitare che ci si senta soli nel proprio dolore. Il finale amaro ne è la logica, sofferta conseguenza: un pugno nello stomaco che ci ricorda come non si possa possedere tutto, né pretendere la perfezione, semplicemente perché la perfezione non esiste.
Attraverso continui parallelismi con le serie precedenti e la chiusura di archi narrativi lasciati in sospeso da anni, l’opera intesse un elogio potente e mai sdolcinato dei legami affettivi. Sottolinea l’importanza vitale di avere accanto persone che ci vogliono bene e verso le quali proviamo lo stesso sentimento, perché quando la vita si fa davvero dura, quando si è disillusi, messi alle strette, con il fiato corto, l’unica àncora di salvezza è potersi sostenere a vicenda.

Dal punto di vista tecnico, la serie è un gioiello di coerenza espressiva. Il doppiaggio di Zerocalcare, nonostante le sue imperfezioni, si rivela ancora una volta profondo e commovente, capace di conferire alle battute un’intensità e una sincerità che penetrano nell’animo dello spettatore. L’uso del dialetto romano costituisce un tratto distintivo che avvicina l’opera al suo pubblico di riferimento e conferisce ai personaggi maggiore credibilità e coerenza con l’ambiente narrativo.
Sul piano visivo, poi, si raggiunge una simbiosi perfetta tra forma e contenuto: nei momenti di maggiore crisi emotiva, l’animazione regredisce verso uno stile fumettistico più grezzo, dal tratto meno definito e dai colori desaturati, come se il protagonista, disgregandosi, tornasse alle sue radici artistiche, all’essenza del suo creatore. È la traduzione visiva perfetta del noir esistenziale che la serie mette in scena: un mondo che perde colore, definizione, speranza.
Nel complesso, Due Spicci è un’opera di notevole qualità che, come da consuetudine per Zerocalcare, non si limita a soddisfare le già alte aspettative, ma le supera, scavalcandole con la forza di una storia che ha il coraggio di non offrire alcun tipo di sollievo, solo la consapevolezza di non essere soli in questo abisso.

