Digger, la recensione: apocalisse come alibi

Digger (trailer) è un marchingegno costruito per terminare in un cortocircuito. Due ore e nove minuti di farsa grottesca in progressione esponenziale, esplorazione del kitsch condotta con smodatezza così uniforme da farsi presto parossismo: ogni scena alza la voce sulla precedente finché il volume smette di significare. Le riflessioni che il film suscita si ramificano, certo, eppure riconducono tutte allo stesso tronco, perché si tratta in ogni senso di un’opera monocroma. Brillante, ma priva di modulazione: la ponderatezza di ciascun dettaglio si rovescia in un’insistenza tartassante, e la sagacia con cui è costruito lavora alle spalle di temi già ampiamente consolidati.

A Iñárritu va riconosciuto di saper creare in pochi minuti una pressione atmosferica tale da imprimere al film un carattere estetico e significante inconfondibile. La complicità di Lubezki è eccellente. Il grigio esangue dà l’impressione che il colore sia stato estratto dalla pellicola come il minerale dalla terra; la sterilità morale coincide con quella ecologica nell’immagine prima ancora che nel racconto. Volti pallidi e malaticci appartengono a corpi consumati dal male di cui si fanno carico.

È il punto più riuscito del film, e già annuncia il suo problema: avere individuato il proprio tono con tanta esattezza da non riuscire più a uscirne. Quello stesso cromatismo è infatti travasato alla scrittura, dove si fa maniera petulante. Digger Rockwell (Tom Cruise) parla attraverso un monologo continuo, flusso verbale ipnotico con cui prova letteralmente a succhiare la realtà per piegarla ai propri desideri. Il testo è saturo di slogan aziendali, sproloqui sulla fame di risorse, battute ciniche, e soprattutto di giustificazioni messianiche, registro su cui varrebbe la pena esitare più a lungo di quanto il film faccia.

Nel frammento del 1921 sul capitalismo come religione, Benjamin descriveva un culto senza dogma e senza tregua, in cui ogni giorno è festa e la liturgia, lungi dall’espiazione, produce colpa: il primo caso, scriveva, di un culto verschuldend, che indebita e incolpa nello stesso gesto. Il messianismo di Rockwell potrebbe esserne l’omelia. Invece, Iñárritu lo riduce a delirio individuale, mentre l’intuizione benjaminiana riguardava un culto che non ha bisogno di officianti, poiché a celebrarlo è la struttura stessa.

L’esasperazione è voluta, e il suo modello è illustre: Il dottor Stranamore aveva mostrato come il potere, condotto alle estreme conseguenze della propria logica, parli spontaneamente la lingua del ridicolo. Kubrick però dosava. La follia di Ripper e di Turgidson esplode dentro la sala del protocollo, contro il fondale di una burocrazia impassibile, e il comico nasce dall’attrito tra procedura e abisso: «Gentlemen, you can’t fight in here! This is the War Room!» fa ridere perché la regola tiene mentre il mondo sta per finire.

In Digger nessuna regola tiene: il delirio, privo di un contrappeso contro cui misurarsi, si appiattisce; resta da capire se una scelta così radicale regga, una volta applicata a questo contenuto.

Il manifesto del film è pressoché lapalissiano. La vicenda silenziosa di una Gaia sfibrata, terra desolata sull’orlo del collasso – secondo un topos che lo spettatore frequenta da decenni –, arriva filtrata attraverso lo sguardo dei suoi più acerrimi sfruttatori, e quindi attraverso il loro gusto: un kitsch da Rothschild elevato a potenza, unito a un costante senso di sgradevolezza.

Il fasto è l’accusa. Adorno definiva il kitsch una parodia della catarsi, esatta definizione di quanto accade in sala: due ore di repulsione purgano lo spettatore sensibile senza esito. Il disgusto per il lusso di Rockwell diventa un’emozione consumabile, conclusa, di cui ci si libera all’uscita insieme al biglietto.

Tutto è sopra le righe: la recitazione procede per monologhi urlati ed esasperanti che non si placano mai, che, non facendosi udire per sottrazione, perdono di valore. Eppure il mondo rappresentato esiste. C’erano un Consiglio d’Europa, la propaganda dei social, una vena integralista e suprematista insita in una leadership statunitense alquanto aggressiva. Il film dialoga con un mondo che ci riguarda, ed è questa prossimità a rendere più grave il distante punto di osservazione del film.

Siamo sicuri che alienare la vicenda dentro una bolla apocalittica così fortemente connotata sia uno strumento capace di chiamare le coscienze? Che cambi davvero qualcosa nella consapevolezza dello spettatore? Il sospetto è che accada semmai il contrario, e che proprio il manierismo allontani chi guarda dalla realtà contenuta negli sproloqui di Rockwell e degli altri personaggi.

Si osserva spesso che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Digger ne offre un’illustrazione involontaria: la fine del mondo la immagina con dovizia, mentre il capitalismo che funziona ogni giorno, senza bisogno di profeti, resta fuori campo. L’apocalisse diventa una forma di critica piuttosto comoda, perché trasferisce il problema nel registro dell’eccezione e lascia intatto quello della norma.

Lo straniamento brechtiano aveva il preciso scopo di rendere estraneo il familiar affinché lo si potesse comprendere. Iñárritu rende estraneo ciò che era già lontano, e lo spettatore, davanti a un mondo in cui non si riconosce, si concede il lusso di non riconoscervisi. La catastrofe di Digger si offre allo sguardo come spettacolo, con tutta la cura figurativa che Lubezki le garantisce, e lo spettacolo della catastrofe è già una delle merci che la catastrofe produce.

Svelando in modo così elementare e assurdo le scelte distruttive dei suoi personaggi, il film ricade in cliché ormai esauriti: l’imprenditore-minatore, il self-made man che ha disconosciuto ogni comunanza humana. Del potere esiste però una cognizione ben più profonda e sfaccettata dei suoi eccessi megalomanici, i quali ne costituiscono lo strato più superficiale, quello che la percezione politica di massa registra per primo e con minor fatica.

La lezione di Foucault, da cui discende buona parte della critica della società contemporanea, ha spostato lo sguardo dal sovrano alla rete: il potere «è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove». Un Rockwell che urla al centro dell’inquadratura resta una figura antica, un tiranno da dramma barocco in abito di amministratore delegato, anteriore alla spaventosa normalità del male, a un potere amichevole e seducente, capace di ottenere consenso tramite desideri psichici.

La tesi del film è tanto solida e condivisibile da rendere plausibile un’opera diversa, intimamente connessa alla dimensione in cui effettivamente esistiamo, e animata da un sapore d’inchiesta. Iñárritu ne aveva dato una dimostrazione parziale in Bardo, dove la cronaca messicana e la crisi del giornalista-documentarista si contaminavano a vicenda senza inghiottirsi e conservando un referente.

Digger resta un film debole, a causa della stessa coerenza che gli conferisce una forza apparente. L’eccessiva teatralità e un’apocalisse che nulla aggiunge a quanto era chiaro dopo il primo quarto d’ora discendono da una scelta di tono mai rimessa in discussione; da lì procede anche lo scardinamento dalla realtà, perseguito con piena intenzione e scarsa efficacia. Della realtà restano frammenti, prorompenti e ripetitivi, perciò, in ultima analisi, innocui.

In sala

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