Creature luminose, la recensione: un film che fa sognare

A volte ci sono quei film, che sin dai primi minuti, ci fanno tornare bambini e Creature Luminose (trailer) è certamente uno di quelli. Adattamento dell’omonimo romanzo di Shelby Van Pelt, il film è diretto da Olivia Newman e distribuito da Netflix. A guidare il racconto è una voce inaspettata: quella di Marcellus (voce di Alfred Molina), un polpo anziano e intelligente che osserva gli esseri umani dall’interno dell’acquario in cui vive. La sua voce over introduce immediatamente una prospettiva insolita, capace di trasformare lo sguardo animale in uno strumento privilegiato per leggere la fragilità umana.

Protagonista della storia è Tova Sullivan (la grandiosa Sally Field), che lavora nell’acquario come addetta alle pulizie. È segnata dalla dolorosa perdita del figlio Erik, che continua a modellare silenziosamente la sua quotidianità. Conduce una vita scandita da rituali ripetitivi, ma presto, con l’arrivo di Cameron (Lewis Pullman), giovane spaesato che approda in città alla ricerca del padre, questo suo equilibrio si incrina. L’incontro tra i due apre uno spazio di riconoscimento reciproco. Entrambi sono figure accomunate da un senso di perdita e dalla necessità di trovare un posto nel mondo. In questo intreccio umano si inserisce Marcellus, che osserva silenziosamente le vite dei protagonisti.

Tova non sopporta il gossip delle sue amiche e rifugge le conversazioni superficiali. Preferisce riversare i propri pensieri sugli animali che incontra ogni giorno, soprattutto su Marcellus. Creature Luminose costruisce infatti una riflessione molto precisa sull’ascolto emotivo. Marcellus non è soltanto un espediente narrativo antropomorfico, ma una presenza che diventa quasi coscienza silenziosa del racconto. Gli animali riescono a percepire l’amore con una purezza che gli uomini hanno smarrito. Il collegamento con My Octopus Teacher appare inevitabile. Come il documentario premio Oscar, anche Creature Luminose utilizza il rapporto con il polpo per interrogare il legame profondo tra umanità e natura. Il film di Olivia Newman sceglie una dimensione più apertamente narrativa e simbolica, trasformando Marcellus in una figura quasi magica.

La sceneggiatura lavora molto bene sui personaggi. Il dolore che attraversa Tova, quello di una madre che ha perso un figlio, ma anche di una donna che teme di perdere lentamente il proprio rapporto con il mondo, non viene mai spettacolarizzato. Il film preferisce suggerire il trauma attraverso piccoli gesti quotidiani, silenzi e oggetti caricati di memoria emotiva. L’amore non riguarda soltanto le persone, ma anche gli spazi, le abitudini, gli oggetti che custodiscono tracce di chi siamo stati.

La regia lavora molto sulla costruzione dello sguardo. Le soggettive infatti si alternano continuamente: a volte il film assume il punto di vista di Tova o di Cameron, ma molto spesso è Marcellus a osservare il mondo umano dall’interno dell’acquario. Il continuo slittamento prospettico permette alla narrazione di costruire una relazione empatica, in cui lo spettatore è chiamato a guardare gli esseri umani attraverso gli occhi di una creatura non umana.

Il film riesce a parlare a un pubblico molto diversificato. È una storia accessibile, emotiva, persino rassicurante nella sua struttura narrativa, ma attraversata da una sensibilità che evita il sentimentalismo più facile. Creature Luminose ricorda continuamente che amare significa anche prestare attenzione: agli esseri viventi, ai luoghi, agli oggetti, al tempo condiviso con gli altri. L’amore non si limita alle relazioni umane, ma attraversa silenziosamente tutto ciò che scegliamo di custodire.

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