
Moda e dolore si incontrano in Couture, nuovo gioiellino firmato Alice Winocour, presentato nella sezione Grand Public alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
L’opera intreccia linee narrative diverse in un modo meravigliosamente fluido, portando le protagoniste a far parte ognuna della narrazione dell’altra. Un’intensa Angelina Jolie interpreta Maxine, una regista americana alle prese con la realizzazione di un filmato commissionato da un’importante maison che ha richiesto la sua presenza e professionalità nel corso della settimana della moda a Parigi; le ambizioni personali della donna vengono, però, sconvolte da particolari risultati emersi nel corso di una visita medica: a Maxine viene diagnosticato un cancro al seno. Il personaggio di Jolie vive una drastica ed importante evoluzione personale, passando dal vivere sentimenti di gioia ed entusiasmo relativi alla propria carriera ad un gran senso di paura e sconforto da cui proverà a non farsi dominare. Nel dietro le quinte della Fashion Week francese, l’occhio del pubblico viene direzionato sulla seconda protagonista, Angèle, interpretata da Ella Rumpf, make-up artist che tra un trucco e l’altro, persegue anche un’altra passione, quella della scrittura; il character della Rumpf si dedica, in particolar modo, al concetto di corpo femminile, argomento che sicuramente ha ben modo di osservare ed analizzare attraverso il mondo della moda in cui lavora. La giovane si confronta così con l’industria dove regnano sovrani l’immagine, la visibilità, il potere, percependo il proprio lavoro e la propria presenza come qualcosa di invisibile, sentendosi intrappolata in un sistema in cui l’apparenza vale più dell’essenza, osservando come il trucco rappresenti non solo un modo per valorizzare le modelle, ma anche una sorta di mascheramento. Tra le modelle, Ada (Anyier Anei) è una studentessa di farmacia che decide di dare un tentativo alla vita da modella, immergendosi in un mondo che non ha scelto pienamente e che la spinge a ridefinire la propria identità; Ada è la perfetta rappresentazione dell’outsider, una donna che entra in un sistema che non conosce, provando attrazione, curiosità e paura al tempo stesso. Lei non è soltanto una modella, è un corpo che viene guardato, scelto, manipolato, fotografato ed è proprio attraverso il suo personaggio che Winocour affronta tematiche attuali quali il pregiudizio, l’instabilità e la fragilità del successo imminente. Nel suo essere un character molto silenzioso, la giovane donna racconta se stessa attraverso sguardi, esitazioni, gesti, è il corpo stesso di Ada a porre l’attenzione sulla reale vulnerabilità della bellezza, ma soprattutto sull’importanza di guardarsi senza sentirsi definiti dallo sguardo altrui.
Dal punto di vista visivo, la sfilata rappresentata nella parte conclusiva del film possiede una componente registica e scenografica sublime, raccontando abiti che sembrano poesie, incorniciati da una melodia che racconta sofferenza, speranza ed evoluzione, un cocktail di emozioni che mira ad unire le protagoniste dell’opera. Il finale del film è tanto inaspettato quanto giusto: l’autrice ritorna su Maxine, decidendo, però, di non raccontare il percorso di chemioterapia, bensì mostrando la forza e il coraggio di una donna che decide di iniziare a tagliare i propri capelli, segno del raggiungimento di un’importante consapevolezza, quella di essere entrata in una nuova fase di vita; il finale aperto permette così di custodire una preziosa speranza per il futuro per la donna.
Couture non è soltanto moda ed estetica, è un ago che tenta di cucire le ferite delle protagoniste, mettendo in luce la bellezza e l’importanza delle cicatrici.

