Cime Tempestose, la recensione: erotismo e dannazione

Cime tempestose recensione

«Lui è me più di quanto io sia me stessa». Le parole di Catherine, personaggio interpretato in modo sublime da Margot Robbie, attraversano l’anima del pubblico nel nuovo film di Emerald Fennell, “Cime Tempestose” (trailer). La regista ha spiegato come il titolo dell’opera sia tra virgolette per un motivo ben preciso: non si tratta di estetica, bensì è un modo per dichiarare come il film sia una versione ispirata e personale del romanzo di Emily Brontë del 1847, non una trasposizione estremamente fedele, difatti sono state prese alcune libertà creative importanti. Sulla base di questa premessa, gli amanti della storia originale potrebbero non apprezzare particolarmente il prodotto mentre chi non ha letto il libro, sarà in grado di dedicarsi alla bellezza, al tormento e alla passione del film.

Un’intensa ed impattante colonna sonora incornicia l’inizio: l’autrice decide di immergere immediatamente il pubblico nell’infanzia dei due protagonisti, creando così un contesto necessario per comprendere gli eventi futuri. Owen Cooper e Charlotte Mellington interpretano divinamente i piccoli Heathcliff e Catherine, la cui versione adulta è stata affidata a Jacob Elordi e a Margot Robbie: un cast d’eccellenza. L’emotività dello spettatore viene ben presto scossa dall’ambiente violento in cui i ragazzini crescono: il padre di Catherine, personaggio di Martin Clunes, non è un uomo gentile, bensì si alterna tra uno stato comportamentale di aggressività ed uno di pacatezza, instabilità percepita a livello visivo da una regia che lo posiziona spesso ai margini dell’inquadratura. Di conseguenza, Heathcliff vive in un costante stato d’allerta, quasi di servitù mentre la giovane Cathy si colloca all’interno della narrazione con una personalità più forte.

La struttura narrativa è di tipo ellittico: il racconto procede per fasi di vita, attraversando l’esistenza dei protagonisti tramite salti temporali netti, passando dal periodo fanciullesco a quello adulto. L’inquadratura accoglie Robbie ed Elordi con toni decisamente diversi. Il rapporto tra i due è destinato a diventare un legame fondato sull’ossessione reciproca: la regia privilegia frequentemente il corpo al dialogo, donando una fortissima carica erotica e passionale alla storia. Le scene dedicate all’intimità fisica sono caratterizzate da tre elementi di fondamentale importanza: la chimica impressionante tra gli interpreti, la presenza di una colonna sonora capace di donare grande intensità visiva, curata dalla cantante Charli XCX e un lavoro registico estremamente immersivo.

Cime tempestose recensione

Nel corso della storia, i protagonisti vivono periodi di lontananza e separazione: la vita di Cathy va avanti con qualcun altro, eppure il pubblico respira sempre un silenzioso e doloroso ricordo legato a Heathcliff; i due sono destinati ad incontrarsi nuovamente in un ritorno caratterizzato da tormento e tradimento, infedeltà che si legano in particolar modo alla storia d’amore tra Cathy ed Edgar, legame non profondamente desiderato dalla protagonista e per questo, gradualmente distrutto dall’amore che lei non ha mai smesso di provare per quel ragazzino conosciuto tanti anni prima. I due innamorati continuano a vedersi segretamente, cedendo ad una travolgente passione, magistralmente diretta attraverso primi e primissimi piani: le inquadrature piacevolmente opprimenti attraverso cui viene diretto l’ardore dei due, mirano a creare un coinvolgimento tale da far sentire la platea desiderosa di farne parte.

Un altro elemento registico interessante riguarda l’asimmetria visiva adottata da Fennell: tendenzialmente, il focus della macchina da presa riguarda un personaggio in particolare, decidendo così di porre l’altro character ai margini dell’inquadratura. Tale modalità di lavoro possiede uno scopo ben preciso, quello di mostrare come i due protagonisti alternino i ruoli: spesso è Cathy a dominare la scena e di conseguenza, ad essere posta in un punto centrale, altre volte è Heathcliff che sprona la donna a non smettere di lasciarsi travolgere dalla passione e dall’amore che li lega, dimenticando Edgar. Il lavoro registico, intenso e coinvolgente, mira così a creare un effetto destabilizzante tra qualche istante di quiete e le esplosioni emotive che ne derivano, per questo l’opera si rivela in grado di creare una tensione costante e cumulativa. I campi lunghi utilizzati per mostrare gli esterni paesaggistici, insieme alla drammatica fotografia di Linus Sandgren, comunicano un messaggio importante: la natura che dovrebbe trasmettere un senso di libertà ai personaggi, tende, invece, ad amplificare il senso di solitudine e di dolore. L’aura di complessità emotiva che domina l’opera viene rappresentata attraverso una palette cromatica fredda, così come la tipologia di illuminazione non tende a creare un’estetica brillante, bensì un’atmosfera costantemente tormentata.

L’eros sposa divinamente il dolore: i due elementi immergono il pubblico in un’esperienza sensoriale, in una ricezione emotiva dell’opera alquanto inquieta, ma è l’inquietudine stessa a rappresentare una delle migliori sensazioni su cui si possa lavorare in termini di coinvolgimento. Il finale della narrazione rappresenta l’apice del dolore, eppure non pretende alcun processo di accettazione da parte della platea, chiede soltanto di essere profondamente vissuto e attraversato. Un amore ossessivo e deleterio non può che essere letale.

Al cinema.

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