#Cannes75: Armageddon Time, la recensione del film di James Gray

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Presentato in concorso al 75° Festival di Cannes, il nuovo film di James Gray, Armageddon Time, si avvale di un cast di altissimo livello, maestranze altamente qualitficate ed un giovane attore davvero molto interessante e promettente. Ambientato negli USA durante l’ascesa politica di Reagan, il film esplora la radicalizzazione repubblicana degli Stati Uniti vista e vissuta da un ragazzino che si scontra con il mito del sogno americano, nonchè con il razzismo e la lotta di classe che subisce suo malgrado.

Paul frequenta una scuola pubblica e sogna di diventare un artista. Bullizzato dai suoi compagni, trova in un ragazzo di colore emarginato e con una famiglia molto problematica il suo migliore amico. Mentre la famiglia di formazione democratica deve fare i conti con le nuove persecuzioni culturali dell’America reaganiana, il giovane Paul cerca di definire se stesso in un mondo che sembra ragionare per elite culturali e profitto economico.

Nella parte di Paul troviamo il talentuoso Michael Banks Repeta, già visto in Manhunt ed ora impegnato con la serie Welcome to Flatch, e nel ruolo del suo giovane amico recita invece il quasi esordiente Jaylin Webb, che si mostra all’altezza del talento di Repeta e si rivela un volto molto promettente del cinema afroamericano. Intorno ai giovani protagonisti si muove un cast assolutamente eccellente composto da Sir Anthony Hopkins, nel ruolo del nonno di Paul, e la notevole Anne Hathaway nel ruolo della madre con il capace Jeremy Strong di Succession nel ruolo del padre. Non mancano nemmeno alcuni cameo degni di nota come una straordinaria Jessica Chastain nel ruolo antipatico ma impressionante di Maryanne Trump (proprio la mamma di quel Trump), e il sempre bravo Domenick Lombardozzi, volto iconico della HBO con serie del calibro di The Wire, Boardwalk Empire e We Own This City alle spalle.

James Gray, che ha curato tanto la sceneggiatura quanto la regia, costruisce un film coinvolgente e toccante che affronta un ritratto severo e doloroso dell’America degli anni ’80, dove essere “diversi” è un marchio che viene sempre rinfacciato e dove la condizione di nascita determina in ogni forma e maniera il futuro delle persone senza apparenti possibilità di opporsi allo stesso. Esattamente come Roma di Alfonso Cuaron o Belfast di Kenneth Branagh, anche questo film si basa sull’infanzia dell’autore ricostruendo l’ambiente di provenienza, la sofferenza della crescita e le problematiche sociali con cui si è dovuto confrontare fin dall’inizio. Le origini ebraiche ed ucraine del regista trovano ampio spazio nella ricostruzione del tessuto sociale e nelle dinamiche interne della famiglia oltre che nella ricostruzione sociologica del nucleo in cui vive Paul. Il film non lascia spazio ad interpretazioni, si mostra lineare anche se non didascalico nell’esposizione degli argomenti e risulta quindi fruibile anche ad un pubblico dal gusto più semplice o semplicemente ancora acerbo, con magari spazio per l’utilizzo in ambito scolastico.

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