
Vedere un documentario può risultare un’esperienza anomala. Questo perché tale termine indica in realtà un ventaglio molto più ampio di opere audiovisive. Dopotutto l’unica condizione necessaria per essere definito tale è raccontare. Che i materiali di base siano, almeno in partenza, fatti e personaggi reali, poco importa. Un buon documentario è infatti capace di incredibili imprese. Catturare la tua attenzione, proporti nuove prospettive su cui ragionare, farti appassionare ad argomenti o persone che all’inizio della visione avresti ammesso di conoscere a malapena. Un grande documentario è in grado di farti dimenticare di star imparando qualcosa ed è altrettanto capace di far rinascere in te la voglia di scoprire, di imparare, e anche un po’ di tornare bambini curiosi. Questo senza tenere conto di tutte le varie diramazioni e contaminazioni del genere. Biopic, mockumentary, film di montaggio, ricostruzioni, video essay…
Dopo il successo nazionale di Ennio, film dedicato a uno dei volti più famosi e importanti della musica italiana, Giuseppe Tornatore torna nelle sale con una nuova opera. Un documentario, il suo dodicesimo, che racconta la storia, la filosofia, la figura di un altro “grande” del Made in Italy. Passiamo quindi dalle sale di registrazione agli stabilimenti in cui vengono sfornati capi d’abbigliamento esportati in tutto il mondo per raccontare la storia di Brunello Cucinelli, famosissimo stilista umbro. Tuttavia, bisogna ammettere che, quanto visto in sala, o anche solo nei trailer, potrebbe apparire tutt’altro che la semplice e lineare storia di una vita.
Brunello, il Visionario Garbato (trailer) è, come detto, un film che lascia a più riprese lo spettatore stupito. Può infatti essere considerato un amalgama di tante intuizioni e modi diversi di intendere il documentario. Come se, per certi versi, ci trovassimo di fronte a un film che possiede due, tre o forse anche più anime al suo interno.
Quelle due ore di minutaggio infatti vengono sfruttate appieno per cercare di colpire una lunghissima serie di obiettivi. Anzitutto raccontare al pubblico, fan della moda o anche solo curiosi profani, la figura di Cucinelli. Questo ripercorrendo un passo alla volta la sua storia. Sin dall’infanzia in campagna, a cui ovviamente sono legati tantissimi ricordi nostalgici. L’adolescenza travagliata a Perugia in cui si conquista una sterminata rete di amici grazie alle sue incredibili doti di giocatore di carte. Per poi arrivare, dopo anni di far niente, a una geniale intuizione. Quindi si raccontano le prime vendite, i primi trucchetti per fare cassa. E a seguire la conquista dell’amore della sua vita (Federica Benda). Una serie di eventi che si concludono nel contemporaneo, il 2020, con il suo intervento al G20. Un discorso in cui Brunello manifesta la sua più grande conquista: il capitalismo umanistico.

Tale storia viene raccontata facendo uso di molti e diversi strumenti del documentario. Anzitutto vi è un numero molto alto di talking heads, spezzoni di interviste ad amici e parenti che servirebbero a dare un ritratto il più possibile tridimensionale di Brunello. Lo stilista viene definito dagli intervistati un genio matematico, una mente particolare, un uomo molto sensibile, ma allo stesso tempo furbo come una volpe. Tra gli intervistati sono presenti ospiti di un certo peso. L’attore statunitense Patrick Dempsey, la presentatrice Oprah Winfrey, o persino un inaspettato cameo di Mario Draghi, ex primo ministro italiano.
Altro mezzo molto usato nel film, per rendere più vivida la vicenda dello stilista è quello delle ricostruzioni. Vi sono infatti diverse sequenze, ambientate nel passato, in cui vengono ricreati tramite attori, scenografie, costumi, vetture, eventi del passato, che vanno dai primi anni ’60 alla fine degli anni ’70. Talmente curate che non sfigurerebbero se appartenessero ad un biopic in costume. Dagli scenari di campagna sfondo della giovinezza di Cucinelli, fino agli interni di un bar di Perugia. Il film fa persino utilizzo di due escamotage molto curiosi. Da un lato l’uso di materiali di archivio, pellicole analogiche, dall’altro finti pezzi d’archivio invecchiati ad arte.
Ma forse l’elemento più anomalo è la costante presenza come viso, corpo e voce dello stesso Brunello Cucinelli come narratore della storia. Cucinelli infatti parla costantemente allo spettatore, offrendo un monologo che risulta un lungo flusso di coscienza. Parla con nostalgia del suo passato, di come è arrivato alla sua posizione, di quali elementi ha preso e portato con sé per creare una filosofia personale. Non sono nemmeno pochi i momenti in cui egli stesso irrompe nelle ricostruzioni passate per camminarci attraverso. Percorrendo, letteralmente, i luoghi del suo passato, osservando gli eventi in modo analogo a quanto farebbe un Ebenezer Scrooge in un Canto di Natale di Dickens.

Per certi versi quanto appena detto, agli occhi del cinefilo, risulta di estremo interesse. Ogni scena è stata plasmata da Tornatore con un’eleganza ed un “garbo” estremi. Non si può evitare di citare la fotografia del film, curata maniacalmente, in una ricerca continua di belle immagini evocative. Scene in chiesa con tagli di luce perfetti, prati fioriti variopinti talmente belli da sembrare irreali, scenografie a tratti opulente, pienissime. Senza contare l’accompagnamento musicale del film: le, ovviamente, meravigliose musiche di Nicola Piovani. D’altro canto il critico dentro di noi non potrà evitare di porsi una semplice domanda: perché ci viene raccontato tutto ciò?
Se infatti esiste un difetto nel film questo risiede nella scrittura, la drammaturgia, la narrazione. Viene quasi da pensare che la ricchezza visiva, l’estetica barocca messa in piedi per il film serva a distogliere l’attenzione da delle mancanze abbastanza palesi. In parole povere: la storia di Cucinelli appare fin troppo “bella” per essere vera. Quasi da farla sembrare un’agiografia di un santo martire di secoli passati.
L’intreccio, di per sé molto lineare e piatto, risulta poco coinvolgente. Quasi mai il nostro “eroe” sembra messo alle strette da qualcosa. Ogni singolo ostacolo viene superato immediatamente grazie a circostanze favorevoli, o per merito di chi sta attorno al protagonista. Ad essere maliziosi, verrebbe da chiedersi se gli eventi siano andati davvero come descritto. O se gli ostacoli veri, le difficoltà siano rimaste sul pavimento della sala di montaggio. Impressione che diventa molto più preminente se si considera la presenza dello stesso Brunello Cucinelli come narratore. Viene decisamente meno la sospensione dell’incredulità.
Non stupisce infatti che, tra i commenti sotto il trailer ci sia chi abbia parlato di “spot pubblicitario ad personam” o “rebranding in stile Berlusconiano“. Tali affermazioni possono senz’altro essere viste come provocazioni, tuttavia lasciano intendere che un’operazione come il Visionario Garbato, anche con tutta la buona volontà possibile, può apparire come una biografia sterilizzata o comunque parzialmente insincera.
In conclusione, come giudicare Brunello, il visionario garbato? Sicuramente per certi versi è un’opera affascinante, brillante ed evocativa a livello formale. Non ci sono molti film dello stesso genere che mescolano così tanti mezzi diversi: meravigliose ricostruzioni storiche, tante interviste di alto rilievo, e persino un monologo del protagonista assoluto che spiega la sua filosofia con tanta passione negli occhi. Tuttavia è importante non lasciarsi abbagliare da questo contenitore pregiato. La retorica non è certo l’ingrediente segreto di cui c’era bisogno. Se avete mai nutrito curiosità sul mondo della moda, se avete una passione per le ricostruzioni storiche la visione vi risulterà senz’altro piacevole. D’altro canto se siete suscettibili alle narrazioni deboli, retoriche e pompose, forse potrebbe essere una scelta saggia saltare quest’opera di Tornatore.
Al cinema dal 9 dicembre.

