#BerlinoFF76: The Red Hangar, la recensione del film di Juan Pablo Sallato

The Red Hangar, recensione

Sebbene la voce più diffusa voglia vedere l’Italia praticamente assente dal Festival di Berlino del 2026 questo piccolo gioiello cileno dimostra il contrario, avvalendosi della nostra nazione come Paese di co-produzione per il film. Il film comincia la notte prima del colpo di stato a Santiago del Cile dell’undici settembre del 1973 e prosegue fino alla notte seguente. Il Capitano Jorge Silva si ritrova improvvisamente dal ruolo di responsabile di un centro di formazione per cadetti ad un campo di concentramento per dissidenti comunisti con annesso centro di tortura.

Seguiamo così le ore che precedono la presa di posizione di Silva dai primi turbamenti per il colpo di stato alla sparizione della moglie, insegnante di storia con un passato politico, fino alla scelta che segnerà per sempre la sua vita. Il film si concentra sul conflitto psicologico del protagonista e sulle pressioni e le minacce che subisce. La violenza è sempre latente, la paura costante ed il protagonista mostra, con esemplare contegno, il costante tentativo di mantenere integro il suo ruolo e pura la sua condotta morale. La dittatura incombe ed i generali fascisti stanno facendo piazza pulita di tutti gli ufficiali dall’indole più socialista; Silva è in continua osservazione e pressione e dovrà decidere se rendersi complice o meno delle mostruosità in atto nell’hangar sotto il suo comando.

Girato in bianco e nero e mantenuto in continua tensione dal regista Juan Pablo Sallato, questo film è sicuramente uno dei titoli più interessanti della Berlinale del 2026. Il film è l’esordio nel cinema di finzione del regista che ha alle spalle sedici anni di attività come documentarista televisivo.

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