
Hanna Bergholm è uno dei nomi emergenti che più spiccano nel panorama cinematografico finlandese, il suo film di esordio Hatching – La forma del male è sicuramente uno dei film horror femministi più interessanti degli ultimi anni. Nel suo primo lungometraggio Bergholm esplora il conflitto fra madre e figlia, la maternità e la mutazione fisica ed interiore dell’adolescenza prima e della gravidanza poi. Hatching ha aperto dunque aperto alla regista finlandese le porte del mercato internazionale.
In questo suo secondo lungometraggio Bergholm torna ad esplorare la maternità in chiave horror avvalendosi di più mezzi e di un cast che include la star inglese Rupert Grint, indimenticabile Ron Weasley della saga cinematografica di Harry Potter. La quarantenne Saga, una straordinaria Seidi Haarla, si trasferisce con il suo sposo americano Jon (Grint) nella vecchia casa di famiglia, circondata da una foresta finlandese. Fina dal primo momento la coppia vive con la sensazione di essere osservata dal bosco ma la passione sessuale ed il desiderio di un figlio sono molto più potenti della paura istintiva. Fin dai primi momenti della nascita del piccolo Kuura, che in finlandese significa brina, la madre percepisce delle forti anomalie, come i suoi grugniti, la sua forza anomala e la violenza con cui si nutre dal seno. Tutte le persone intorno a lei, però, banalizzano queste sue percezioni. Ben presto Saga comprenderà che il bambino al latte predilige il sangue e di lì a poco deciderà di nutrirlo di carne cruda.
In concerto con le mutazioni continue del bambino anche la foresta diventa sempre più invasiva, come volesse proteggere la creatura o prenderne il possesso. Più Saga sprofonda nell’oblio di una maternità folk horror più il marito e i parenti sembrano trovare del tutto normale il bambino e sempre più inquietante la madre. Hanna Bergholm non abbandona mai il punto di vista della madre e non ci risparmia niente nella narrazione della maternità più horror vista al cinema in questi ultimi anni. Siamo di fronte ad un ottimo prodotto perturbante ed incisivo, così psicologicamente complesso da collocarsi perfettamente a metà fra cinema di genere e cinema d’autore.

