
Josephine (Mason Reeves) ha otto anni. Le piace molto fare sport, specialmente se in compagnia del papà Damien (Channing Tatum), a cui è molto legata. Le domeniche dei due sono scandite da una routine tutta loro: si svegliano all’alba, guardano la Premier League e vanno a correre al Golden Gate Park (siamo a San Francisco). Il rapporto tra i due è molto stretto, come evidente fin da subito: per il padre, Josephine – o Jo-Jo, come lui la chiama – nutre profondi rispetto e ammirazione; istinto protettivo e senso della disciplina guidano, invece, Damien nel rapportarsi alla piccola. È quanto ci serve sapere della protagonista prima che la traiettoria della sua vita sia cambiata per sempre e la sua infanzia venga spezzata. In una delle loro corse domenicali, la figlia semina il papà, che la perde di vista per qualche minuto. Un tempo sufficiente perché Josephine – e noi con lei – assista ad un episodio di violenza sessuale ai danni di una donna che stava facendo jogging (Syra McCarthy). Josephine, vincitore del Gran Premio della Giuria e dell’Audience Award – U.S. Dramatic all’ultima edizione del Sundance Film Festival, è l’opera seconda della regista Beth de Araújo, presentata nei giorni scorsi alla 76esima edizione della Berlinale.
A differenza di altri film che pure toccano, tra gli altri, un simile tema – si pensi a She Said o al più recente Sorry, Baby -, i quali non mostrano alcun tipo di violenza ma lasciano spazio all’immaginazione dello spettatore, De Araújo sceglie di allineare il nostro sguardo a quello della piccola protagonista, rendendoci testimoni, tanto quanto lei, del crimine. È il mondo stesso a essere catturato per tutto il film attraverso gli occhi della piccola: d’improvviso Josephine scopre che tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento non era reale e che ci sono diverse cose di cui avere paura, tante di cui ne ignorava perfino l’esistenza. Verità e giustizia non sono altro che miti in cui credere per tirare avanti e per far fronte al fatto che quasi mai è tutto bianco o nero, ma la vita è perlopiù in una zona grigia. La pelle della vecchia Josephine, una bambina innocente, curiosa, determinata, caparbia, sembra così non appartenerle più. È lo strappo nel suo cielo di carta: deve imparare a convivere con questa nuova consapevolezza e non c’è nessuno che possa farlo per lei. Nemmeno i suoi genitori, che, nonostante il profondo amore che li lega, sono come la luna e il sole, trovandosi in continuo disaccordo su quale sia il metodo migliore – e meno doloroso – per la piccola di affrontare il proprio trauma. Se il padre Damien, di temperamento più impulsivo, sembra credere ancora possibile tenere al sicuro la piccola, la madre Claire (Gemma Chan) si sente impotente, inadeguata e inconsciamente in colpa di fronte al turbamento di Josephine.
Come spiegare ad un figlio che il mondo è permeato dal male e che spesso le cose brutte capitano anche alle persone buone? Come rassicurarlo e proteggerlo? Come potergli garantire che non gli accadrà mai lo stesso, pur non essendo in realtà in potere di fare una simile promessa? Entrambi, ciascuno a suo modo, vedono messo in discussione il proprio ruolo di genitore e devono anch’essi far fronte a una nuova consapevolezza: l’impossibilità di essere infallibili nell’assicurare protezione a un figlio.
Partendo da un episodio autobiografico (la regista ce ne ha parlato qui), De Araújo porta in scena un dramma familiare, sapendo affrontare con grande sensibilità e delicatezza alcuni degli aspetti più cupi dell’esistenza umana. In Josephine non c’è catarsi, non c’è ombra di consolazione: la regista di Soft & Quiet costringe i suoi spettatori a sostare in quella zona grigia in cui, di fronte all’inspiegabile male del mondo, le certezze degli adulti si sgretolano, rivelando la fallibilità e la fragilità dell’essere umano.

