#AsianFilmFestival23: Debone, la recensione del film di Lee Dae-han

Recensione del film Debone

Disossare: togliere dalle carni le ossa. Eliminare il sostentamento dell’essere, scomponendolo, privandolo della sua struttura. Nei mattatoi è prassi: un lavoro quotidiano, un semplice gioco del mestiere. Ma lì la carne è già morta e pronta al commercio. E se disossassimo le creature ancora in vita? E se queste fossero uomini? E, ancora, se questa privazione del sostentamento fosse puramente metaforica? La società condanna e disossa in maniera continua e in Debone (trailer), opera prima di Lee Dae-han presentata alla ventitreesima edizione dell’Asian Film Festival, ne troviamo una fulgida rappresentazione. 

Gyutark (Lee Gyu-tark) torna nella sua piccola cittadina dopo aver passato dieci anni in prigione: sentenziato per aver ucciso il padre difendendo la madre (Lee Eun-jung) dagli abusi dello stesso. Si troverà spaesato: in cerca di risposte sulla giovinezza ormai perduta. Ma, quando la madre si ammalerà, dovrà trovare un modo per pagare le sue cure. E sceglierà la via del crimine…

Il mondo di Debone è gremito di doppie facce: di falsi perbenisti e puritani. L’io si frantuma, segue le regole del relativismo pirandelliano dove ognuno plasma, inconsapevolmente, la propria idea di verità. Gyutark è costantemente schiacciato dall’opinione altrui. Quando, dopo anni passati in prigionia, torna a casa dalla madre, è costretto a subire i nefasti e irrequieti chiacchiericci di paese. Alcune abitanti lo denigrano, lo umiliano, ne parlano come se fosse un mostro: una specie di creatura non umana. L’uccisione del padre è un tassello troppo infimo nello storico della sua breve esistenza. Per Gyutark, tornare nella società è una condanna ben più dura di quella inflitta dallo stato dieci anni prima. È importante sottolineare, infatti, come in Corea del Sud la concezione di “nucleo famigliare” sia alquanto diversa dalla nostra e come, un omicidio simile nel paese asiatico, venga visto in maniera assai diversa rispetto ad un qualunque paese europeo. Il parricidio del protagonista è un peccato imperdonabile: un male che non si può estirpare.

Lee Dae-han smorza l’inquadratura, muove la macchina nello spazio come se fosse un agente esterno: un’eterna protagonista. Ci sentiamo partecipi dell’esistenza di un uomo, anzi, dell’uomo. La crisi costante delle verità, dei punti di vista, l’inquinamento di una oggettività sensata negata a Gyutark, eppure fondamento dell’esistenza stessa. La società narrata nel film è un crogiolo malsano di opportunisti oppure una folla stordita di doppie facce. Tutti cercano di mimetizzarsi nella massa assumendo le dinamiche ipocrite dell’apparenza, plasmati irrimediabilmente dalle dinamiche distorte del passaparola. Ecco che ci viene posto il problema dell’irrefrenabile ipocrisia umana: delle impostazioni morali delle sue regole. Un po’ come accade in The Ugly di Yeon Sang-ho, anche qui l’apparenza, lo status, il proprio “storico” diventa la base essenziale per poter vivere e far parte di un nucleo ben definito. E basta una parola fuori posto di una persona, o meglio una bugia infondata, per essere visualizzato come malaccetto e sgradito. 

Seppur il film sembri utilizzare i soliti stereotipi promulgati dal genere, lavora con tali elementi per poter produrre un livello “metaforico” più strutturato, che poi è la base dell’opera. Non è il concatenamento delle azioni e la loro esecuzione che ci provoca stupore, tant’è che la storia della madre malata e l’inserimento del protagonista nel crimine per guadagnare lo possiamo trovare in tanti altri film come Forgotten di Jang Hang-jun. Ciò che rende grande Debone è, appunto, la sua strutturazione. Tutto ciò che ci viene raccontato va letto tra le righe, analizzato nella sua sfera politico-sociale. Il livello metaforico ci propone un’analisi lucida e dettagliata del mondo che abitiamo, nelle sue sfaccettature più crude

Debone si muove intelligentemente tra il thriller e il dramma, utilizzando alcuni elementi orrorifici, non risultando mai banale. Tra la critica sociale a quella più prettamente politica, l’opera prima di Lee Dae-han si dimostra essere un altro meraviglioso tassello del cinema indipendente coreano: che riesce a parlare di sé e al mondo senza rendere autoreferenziale la narrazione. Tra verità, doppie facce e falsi moralisti, il film mette in scena l’ipocrisia e le contraddizioni umane lasciandoci riflettere sul quotidiano e facendoci uscire dalla sala consapevoli di ascoltare e guardare il mondo in maniera radicalmente diversa.

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