
Scrive Stuart Hall in Cultural Identity and Diaspora che le identità culturali «sono punti di identificazione […] costruiti all’interno dei discorsi della storia e della cultura». Un’identità non come «essence» ma come «positioning», non “vera” ma costruita e instabile, risultato di una serie di mediazioni attraverso cui viene costantemente ridefinita. The Waves Will Carry Us (trailer), personale e tragicomico ritratto di Lau Kek-huat (in concorso al 23° Asian Film Festival), indaga in quali spazi e secondo quali dinamiche possa ancora definirsi un’identità, come essa venga costruita, negoziata e infine sottratta, esposta a un sistema che ne ridefinisce continuamente i confini.
Ah Yao (Wei Chun-chan) è un agente migratorio residente a Taiwan, un uomo la cui condizione di emigrato non coincide mai pienamente con le proprie origini sino-malesi; discriminato nel donare il sangue e un accento che spesso lo tradisce: «Fai finta di essere taiwanese davvero bene». Il ritorno in Malesia, motivato dalla morte del padre, segna l’inizio di un conflitto stato/famiglia, quando una passata conversione all’Islam permette alle autorità religiose di reclamarne il cadavere, impedendo a Ah Yao e ai fratelli, Yun (Vera Chen) e Cai (Fabian Loo), la celebrazione del rito taoista.
Lau Kek-huat, con una filmografia segnata da identità sinofone e rimozione storica (il rapporto del nonno con il Partito Comunista malese in Absent Without Leave), guarda con The Waves Will Carry Us alle catene di migrazione che attraversano generazioni, alle “onde” che trascinano altrove; una genealogia della dislocazione, in cui il passato eccede costantemente il presente. La struttura a flashback si perde e vaga dentro una generazione fatta di contrabbandi e compromessi, fino a un passato più remoto di ricchezze mai mantenute, attraversando più di un secolo di migrazioni, mostrando l’aleatorietà in ogni tentativo di radicamento, sempre esposto a nuove forme di esclusione.

Come nel quasi omonimo The Wind Will Carry Us, la morte diventa misura del conflitto, un evento legato a rituali, capace di orientare ogni gesto. Eppure, a differenza del film di Abbas Kiarostami, metafora poetico-esistenziale e contemplativa del tempo e la sua transitorietà, in The Waves Will Carry Us la morte trasfigura in oggetto di contesa, un fuori campo nei ricordi innocenti di un bambino, un’apparizione nella disperazione di Yun; nel padre inerme su una bandiera malese mai issata, immagine di un’indipendenza come promessa mancata. Un’urgenza storico-politica che non si inscrive nella temporalità dilatata e sospesa del regista iraniano, trovando invece forma in una progressione narrativa chiara e nel rifiuto di ogni showiness inutile.
Con immagini assurde e grottesche, The Waves Will Carry Us rappresenta allora il tentativo di Lau Kek-huat di esorcizzare un sistema farsesco, paradossale, un’ironia kafkiana riflesso di logiche opache e incomprensibili. Il corpo del padre, spostato, conteso e infine smarrito, si dà allora come una forma inattesa di liberazione: l’identità si dissolve, sottratta da ogni vincolo di appartenenza nazionale, culturale, storica. Una spinta ulteriore alle riflessioni di Stuart Hall in Cultural Identity and Diaspora, per cui «l’identità è una “produzione”, che non è mai completa, (ma) sempre in processo». Perché le “onde”, sebbene simbolo di un determinismo fatto di sfruttamento, perdita e alienazione, sono un invito a non opporsi, un’utopia “negativa”, resa e reazione a un mondo grottesco perché irriducibilmente vero.

