
Prima il viaggio, poi l’approdo. Ma che succede? La terra della libertà si è inaridita nel bianco e nel nero. Clacson e grattacieli assillano l’udito e stingono la vista. Il battito del suo cuore, Manhattan, rimbomba fino a stordire. Al parco le anatre non ci sono, il lago è ghiacciato. New York è solo una grande mela marcia, la casa di tanti vermi.
Estela (Anna Diaz) è una ragazzina che porta nel nome un futuro luminoso, ma in Messico il firmamento non accetta prenotazioni. È giunta negli Stati Uniti per costruirselo, d’altronde al “The Grill” si può trovare posto, dipende solo da quanto disperato sei a ottenerlo. In cucina ci lavora già Pedro (Raúl Briones), che di Estela non riconosce il volto, solo l’aria di casa. Da Times Square guardarsi indietro è spaventoso, il Messico dista una telefonata, allora perché si sente la fatica del viaggio? Pedro però forse vuole restare, tra i corridoi ha conosciuto Julia (Rooney Mara), la cameriera che ora porta in grembo loro figlio. Incerti se abortire o meno, le cose si complicano quando dalla cassa del ristorante spariscono dei soldi.
Presentato in concorso alla Berlinale 74, Aragoste a Manhattan (trailer) è un’opera che indaga con brillante spietatezza la società statunitense rappresentandola attraverso il microcosmo di un ristorante per turisti di New York. Alonso Ruizpalacios attinge dalla pièce teatrale The Kitchen (1957) di Arnold Wesker per mettere in scena limiti, contraddizioni ed estremità sbiadite del sogno americano, manovrando la macchina da presa con la maestria di uno chef stellato ai fornelli. Il risultato è un film profondamente politico, in grado di squarciare il velo del reale lasciando spazio anche al fluire dei simboli.

“The Grill” è molto più di un ristorante, è un vero e proprio sistema gerarchico, una trappola per turisti alimentata dal lavoro di topi in gabbia che si aggirano tra barriere fisiche e metaforiche. Lo staff multietnico della cucina abita un labirinto di pareti asettiche, il cui sottofondo costante sono le grida, le urla, la fretta, la necessità di produrre e di vendere al di là della qualità. Ma a confinare i reietti sono soprattutto i muri insormontabili dell’ordine precostituito, quelli che costringono lo sguardo ad abbassarsi e il capo ad annuire. La libertà è una possibilità di cui bisogna ricordarsi quando tra i palazzi il cielo spunta a fatica.
È una babele che non sogna di sfidare Dio, perché di sognare non è più in grado. Quando la vita somiglia più alla sopravvivenza e gli individui vengono negati nella gran parte degli elementi che dovrebbero comporli, dal futuro non si può pretendere nulla, dalla giornata solo un po’ di quiete. Ruizpalacios mette al centro i diseredati, ne scava i volti ed enfatizza le parole, ne fa il fulcro di piani-sequenza freneticamente sopraffini, tramite i quali anche le cameriere più umili possono brillare come le star di un musical. Il silenzio è un trofeo da conquistare, mentre tra brani jazz e cori solenni si ingarbugliano i timori e si espandono i pregiudizi, fino a contagiare tutti.
«Odo cantar l’America», scriveva Whitman a proposito delle categorie di lavoratori unite in un unico suono, quello dell’identità americana. «L’America non è un Paese», ribatte oggi il personaggio di Raúl Briones, a distanza di quasi due secoli.
In sala.

