Arancia Meccanica: la Nona Sinfonia di Kubrick

Arancia Meccanica approfondimento Dasscinemag

La pellicola cinematografica Arancia Meccanica (trailer) – diretta, sceneggiata e prodotta da Stanley Kubrick nel 1971 – rappresenta una pietra miliare del cinema, considerata una delle opere più intense e provocatorie del XX secolo. Con questo suo nono lungometraggio, Kubrick esplora in profondità la psicologia umana, ponendola al centro della narrazione e rendendola il fulcro della trama stessa. Fondamentali, a tal proposito, sono le scelte artistiche adottate dal regista. Queste, infatti, oltre a svolgere una funzione puramente estetica, sono strettamente funzionali alla narrazione, in quanto contribuiscono a evidenziare e rafforzare i temi principali del film.

In primis la scenografia, con i suoi colori vividi e i contrasti accentuati, è ricca di simbolismi visivi che sottolineano la dissonanza tra civiltà e barbarie, tra l’ordine imposto e il caos naturale. Lo stesso design del film crea un mondo distopico che riflette la mente caotica del protagonista, ovvero Alex DeLarge (Malcom McDowell): la Londra futurista in cui si svolge la storia – oltre a richiamare la swinging London, ovvero la Londra pop di fine anni ‘60 – è rappresentata come un luogo di disordine e degrado morale, dove l’architettura brutalista e i paesaggi urbani spogli contribuiscono a creare un’atmosfera di alienazione e oppressione.

Kubrick utilizza strutture architettoniche geometriche e spigolose per enfatizzare la disumanizzazione e l’assenza di empatia nella società: gli interni dei luoghi frequentati da Alex e dai suoi Drughi sono caratterizzati da un design moderno e minimalista, spesso decorati con opere d’arte che riflettono temi di violenza e perversione, accentuando ulteriormente il contrasto tra l’apparente civilizzazione e la barbarie sottostante. Basti pensare ai quadri e alle sculture in stile pop e optical art, raffiguranti figure erotiche, utilizzati come arredamento del Korova Milk Bar, dove i Drughi consumano abitualmente il loro amato latte+, e della Beauty Farm, luogo in cui Alex commetterà l’omicidio che porterà alla sua incarcerazione. Tutti questi elementi contribuiscono a mettere in evidenza la pervasività della violenza nella società e nella psiche di Alex: sono elementi artistici che non sono solo decorativi, ma parte integrante della costruzione del mondo distopico di Kubrick, riflettendo il degrado morale e l’ipocrisia della società contemporanea.

Anche i colori utilizzati giocano un ruolo cruciale nella creazione dell’atmosfera e nella caratterizzazione dei personaggi. Kubrick fa ampia scelta di colori saturi e contrastanti per enfatizzare le emozioni e i conflitti interni di Alex. Un esempio è l’uso del bianco, colore generalmente associato al concetto di purezza. Mentre il rosso del sangue e della violenza rappresenta un costante promemoria della brutalità e del caos, il bianco, in questo caso, diventa un bianco malato, perverso, portatore di violenza. Le uniformi bianche dei Drughi rappresentano una falsa purezza e una sterilità emotiva, ovvero l’asetticità e la spersonalizzazione con cui i Drughi compiono atti brutali. Così come il bianco del latte, solitamente associato all’innocenza dei neonati, viene strumentalizzato per nascondere la malvagità, diventando una macabra bevanda con cui entrare in contatto con i propri istinti, con la parte più crudele di sé stessi. Questo uso simbolico che Kubrick fa del colore contribuisce a creare un linguaggio visivo che comunica i temi del film in modo potente e immediato.

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Un altro fattore decisivo, che non solo riflette lo stato psicologico di Alex ma influenza anche l’andamento della trama, è la musica, o meglio, per essere più precisi, la musica classica. Questa non è semplicemente un accompagnamento sonoro, ma un elemento chiave che riflette e amplifica le tematiche fondamentali dell’opera, quali, ad esempio, la dualità della natura umana, il conflitto tra libero arbitrio e controllo, e il potere trasformativo, sia positivo che negativo, dell’arte. Kubrick utilizza la musica per creare un’esperienza cinematografica che è al contempo estetica e profondamente disturbante, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sulle complesse dinamiche tra piacere, dolore e potere.

Alex, insieme ai suoi Drughi, trascorre il tempo libero dedicandosi a stupri, furti e ultraviolenza, ma al contempo è un grande appassionato di musica classica, in particolare di Mozart, Rossini, Wagner e, soprattutto, Beethoven, che considera quasi come un fratello. Kubrick crea un contrasto tra la cultura alta, rappresentata dalla musica classica, e la brutalità dei crimini di Alex, evidenziando l’ironia e la complessità della natura umana: la stessa arte che può elevare l’anima può anche essere usata per scopi più oscuri. La musica classica, infatti, è una fonte di ispirazione che amplifica le fantasie violente e perverse del protagonista. Questa non suscita in lui sentimenti di armonia o bellezza universale, ma piuttosto lo spinge verso l’ultraviolenza, diventando una sorta di colonna sonora durante le sue scorribande.

Esemplare in questo caso è la scena della cosiddetta “visita a sorpresa”, ovvero l’intrusione in casa di uno sconosciuto per esercitare ultraviolenza sui presenti. Qui Alex, dopo aver distrutto, insieme ai suoi sottoposti, la casa dello scrittore Frank Alexander e di sua moglie, si inebria cantando Singin’ in the Rain. Nel momento in cui la canzone tocca il suo apice, il protagonista raggiunge il massimo grado di coercizione e violenza, stuprando la donna. Singin’ in the rain diventa, dunque, il simbolo del brutale pestaggio così come la Nona Sinfonia di Beethoven, universalmente riconosciuta come inno all’amore e alla fratellanza, verrà in seguito distorta fino a diventare veicolo di ogni genere di violenza e odio.

La scelta del regista di utilizzare la musica classica, e in particolare quella di Beethoven, ha un significato simbolico profondo, poiché quest’ultimo è spesso associato alla libertà, alla rivoluzione e all’umanità. Tuttavia, nel contesto del film, la Nona Sinfonia di Beethoven diventa un’arma a doppio taglio, assumendo un ruolo pervertito e sinistro, fino ad alimentare il controllo sulla violenza. Il culmine si raggiunge con la cosiddetta “Cura Ludovico”, una soluzione radicale per combattere gli istinti violenti insiti nell’uomo, a cui verrà sottoposto Alex. Durante il trattamento, la musica viene sfruttata come strumento di condizionamento della psiche umana: la bellezza e la maestosità della sinfonia di Beethoven, che una volta evocavano un senso di grandiosità e libertà in Alex, vengono ora convertite in un simbolo di oppressione e sofferenza.

Kubrick, attraverso il ribaltamento percettivo, ci mostra come le associazioni emotive con la musica possano essere manipolate per controllare il comportamento umano. Egli, riconciliandosi con nozioni scientifiche e filosofiche di matrice freudiana, tenta di far comprendere allo spettatore che le associazioni libere tra musica, pensiero e azione sono semplicemente il contorno di una portata principale, ovvero quella dettata dal libero arbitrio. Per comprendere il suo intento, però, è necessario riconoscere il funzionamento degli emisferi cerebrali, responsabili della percezione, della creatività e della logica, in grado di spiegare come il cervello umano sia caratterizzato da un profondo dualismo. Sulla base di questa conoscenza medico-scientifica, è possibile affermare che Alex decide di affidarsi completamente alla parte del cervello che più lo caratterizza, ovvero l’emisfero destro, e, anziché ragionare, preferisce seguire il suo istinto, spesso stimolato dal crescendo della musica classica, che nella sua vita funge da innesco, trasformandolo in una vera e propria bomba ad orologeria.

L’importanza delle associazioni libere tra musica e ultraviolenza, che Kubrick massimizza per spiegare il legame tra pulsioni vitali e risvolti psicologici del protagonista, propone una riflessione profonda sulla dualità intrinseca nella natura umana e sul libero arbitrio. Il regista, per questo motivo, utilizza la musica e l’arte visiva per creare un’esperienza che non solo stimola i sensi, ma anche la mente, invitando lo spettatore a riflettere sulla propria natura e sulle proprie scelte. Nel corso del film, Alex e Beethoven diventano due ingranaggi dello stesso sistema: il primo sotto forma di un’enorme arancia meccanica, una bomba che non può esplodere, l’altro sotto forma di musica che non funge più da innesco.

Le scelte artistiche di Kubrick, quindi, sono intrinsecamente legate alla narrazione, contribuendo a creare un’opera che è al contempo visivamente straordinaria e profondamente significativa. Il connubio tra immagini e suono rende le scene di violenza distanti e surreali, creando una dissonanza cognitiva nello spettatore, tanto da farle assomigliare a danze macabre coreografate, in cui la musica guida i movimenti e le azioni dei personaggi.

Bibliografia

Kubrick e il cinema come arte del visibile, S. Bernardi, Cue Press, 2020;

L’invenzione del luogo. Spazio dell’immaginario cinematografico, A. Minuz, ETS, 2011;

La Cura Ludovico. Sofferenze e beatitudini di un corpo sociale, G. Marrone, Einaudi, 2005;

Contestazione e slang giovanile: A Clockwork Orange di Anthony Burgess, M.C. Consiglio, Aracne, 2007;

Singin’ in the Brain: il Mondo Distopico di A Clockwork Orange, F. Gregori, Lindau, 2004;

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