Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, la recensione: l’arte della fuga

Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, la recensione del documentario di Cristiana Mainardi.

È in un giorno di gennaio del 2020 che Mauro Pagani perde temporaneamente la memoria. All’improvviso il filo che tiene insieme la realtà si spezza e «nomi, facce, episodi» si confondono, «senza ordine, senza identità e soprattutto senza senso». È sufficiente perdere il contatto con la realtà per comprendere che i nomi sono solo parole per chiamare le cose, per riconoscerle, per identificarle – ma è proprio dai nomi che Mauro Pagani sceglie di ripartire per recuperare, ricostruire e riordinare la memoria. È dalla scrittura. È da un’autobiografia, Nove vite e dieci blues (Bompiani, 2022), scritta nel periodo immediatamente successivo al recupero della memoria, ma soprattutto da un documentario, Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco (trailer), che nasce da un’operazione collettiva di ricostruzione dei ricordi.

Un’operazione guidata da Cristiana Mainardi, che sceglie di coinvolgere non solo Mauro Pagani stesso, ma anche la compagna di vita di Mauro Pagani, Silvia Posa, e diversi artisti che, in momenti diversi della loro carriera, hanno condiviso una parte del loro percorso artistico, musicale e di vita con il musicista bresciano: Manuel Agnelli, Arisa, Dori Ghezzi, Luciano Ligabue, Mahmood, Marco Mengoni, Giuliano Sangiorgi, Badara Seck e Ornella Vanoni. I loro racconti, messi insieme, costituiscono non solo i tasselli della vita di Mauro Pagani – polistrumentista, compositore e produttore discografico – ma anche il punto di partenza per la realizzazione di un documentario che – come affermato dalla regista stessa – «non è solo un documentario sulla musica né un documentario di osservazione», ma «un viaggio insieme a un uomo in perenne movimento verso un magico ignoto».

Andando dove non so, esordio alla regia di Cristiana Mainardi (la cui carriera come sceneggiatrice inizia nel 2015, con la scrittura del soggetto per il documentario Milano 2015), segue la traiettoria del documentario biografico, assumendo le forme di una delle sei modalità che caratterizzano, secondo la proposta di Bill Nichols, il film documentario, ovvero quella partecipativa.

Una modalità presente anche in Ennio (2021) di Giuseppe Tornatore e in Per Lucio (2021) di Pietro Marcello, che tuttavia hanno origine da intenti differenti. Ennio è l’omaggio di Tornatore a Morricone – dunque l’omaggio di un amico a un amico –, il cui percorso artistico e biografico è riattraversato e raccontato mediante le interviste a registi e compositori, le registrazioni dei concerti, le clip tratte dai film musicati dal compositore e i filmati privati. Per Lucio è l’atto d’amore di Pietro Marcello verso un cantautore che lo ha ispirato, ma è anche un modo per raccontare, attraverso le canzoni immaginifiche di Lucio Dalla, la storia dell’Italia mostrata da materiali d’archivio pubblici e privati, storici e amatoriali, che si fondono con i materiali di repertorio e con le parole con cui Tobia Righi, il primo manager di Dalla, e Stefano Bonaga, filosofo e amico, scelgono di raccontare la prima fase della carriera del cantautore, caratterizzata dal sodalizio con Roversi.

Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, la recensione del documentario di Cristiana Mainardi.

Cristiana Mainardi, invece, scava nella biografia e nell’archivio di Pagani, unisce materiali di repertorio di natura differente – filmini privati, registrazioni acustiche e audiovisive dei concerti, fotografie – e riprese realizzate nel presente nello studio di registrazione fondato da Pagani nel 1998, le Officine Meccaniche, tratteggiato come un laboratorio musicale, un luogo di incontro creativo, un crocevia di talenti.

Il principio sul quale si fonda il montaggio delle immagini cinematografiche è quello della destrutturazione cronologica, che rispecchia l’andamento con cui i ricordi svaniscono e si rimaterializzano nel tragitto percorso dalla mente: Mainardi non racconta gli eventi seguendo l’ordine cronologico, fa dialogare ciò che è lontano nel tempo con ciò che è vicino. Mescola passato e presente – dallo studio del violino e del flauto durante l’infanzia all’ingresso nella Premiata Forneria Marconi, dall’inizio del sodalizio artistico con Fabrizio De André, definito da Pagani come «l’uomo dei dubbi», ma soprattutto come colui che più di tutti lo ha aiutato a «spostare la macchina da presa», a guardare la realtà da angolazioni differenti, alla creazione delle Officine Meccaniche, dal rock progressivo alla world music, dal blues alla colonna sonora –, proiettando i frammenti dei ricordi di Pagani e ricucendo quegli stessi frammenti attraverso le voci di Silvia Posa e dei nove artisti coinvolti, che oltre ad essere voci della narrazione assumono anche la funzione di veicoli della memoria.

Se i nove artisti descrivono Pagani come un musicista e polistrumentista eclettico, sempre alla ricerca di nuove forme espressive, e Silvia Posa dichiara che l’anima di lui è «solo sentimento», Pagani, invece, sia in Nove vite e dieci blues sia in Andando dove non so, si autodefinisce più volte «il Fuggiasco». Fugge dalla famiglia e da un padre che inizialmente non voleva che lui diventasse un musicista, fugge dalla Premiata Forneria Marconi e dal prog per sperimentare la world music, fugge dalla musica etnica per avvicinarsi all’universo della musica da film.

Fugge dal ricordo di sè, perché anche la perdita della memoria è una fuga che priva della possibilità di avere un passato e di attraversare un presente, ma non dalla musica né dal sogno, perché, come egli stesso afferma in una delle prime scene del documentario, «sul sogno avevamo costruito tutto. Anche la musica era costruita sul sogno».

In sala dal 16 febbraio.

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