
Il termine greco «νόστος» significa «ritorno». Da esso, deriva «nostalgia», intesa come la sofferenza provocata dal desiderio di tornare a casa. Il nóstos è tra i motivi cinematografici più fecondi: il suo scopo è quello di condurre i personaggi verso una nuova consapevolezza di sé. Per riuscirci, chiunque intraprenda il viaggio deve essere disposto a sciogliere vecchi nodi e affrontare antichi conflitti. Non tutti i viaggi verso casa, però, nascono dal desiderio di farvi ritorno: talvolta sono le circostanze esterne ad imporre la partenza, costringendo i personaggi a mettersi in cammino anche nei momenti meno opportuni. È ciò che accade a Cècile (Juliette Armanet), protagonista di Allora balliamo (trailer), l’opera prima di Amélie Bonnin che ha aperto, nel 2025, la 78ª edizione del Festival di Cannes.
Il film, dal titolo originale Partir un jour, è una commedia musicale nata dall’idea di espandere la narrazione di un precedente cortometraggio della regista, premiato ai Cèsar. La differenza sostanziale tra le due opere risiede nel rovesciamento del punto di vista: mentre nel cortometraggio il protagonista era un uomo, nel film la narrazione ruota intorno al personaggio femminile. Cècilie è una chef di circa quaranta anni reduce dalla vittoria del programma televisivo Top Chef, in procinto di aprire il suo nuovo ristorante. L’equilibrio della donna viene sconvolto dall’infarto del padre che la mette nella condizione di dover tornare a casa per aiutare, per un breve periodo, i suoi genitori Fanfan (Dominique Blanc) e Gèrard (François Rollin) nella trattoria di famiglia.
La cucina diviene il palcoscenico ideale per lo scontro generazionale tra Cèline e il padre: mentre la donna è interessata alla cucina gourmet e all’innovazione, Gèrard si mostra profondamente legato alla tradizione e alle radici. Il cibo diviene, così, portatore di significato: simbolo delle tensioni e delle differenze tra padre e figlia, che sembrano appartenere a due universi lontanissimi ed inconciliabili. Cèline, durante la sua esperienza a Parigi, si allontana dalla sua versione passata fino a quasi rinnegarla, tanto da criticare ripetutamente, durante la sua esperienza televisiva, la cucina dei genitori. Il ritorno al proprio paese funge così da momento riparatore, in cui la ragazza è chiamata ad integrare le diverse parti di sé al fine di poter realmente andare avanti.

Una fondamentale tappa del suo viaggio interiore è rappresentata dall’incontro con Raphael (Bastien Bouillon), il suo primo amore. Il riavvicinamento con l’uomo la pone di fronte a tutto ciò che, partendo, ha lasciato dietro di sé: Raphael non rappresenta soltanto l’amore adolescenziale ma anche la vita che avrebbe potuto avere, se fosse rimasta. Una vita che, in quel tempo sospeso lontano da Parigi, per un attimo, sembra ancora una possibilità.
Il tema della partenza accomuna Cècile e sua madre. Fanfan sogna di viaggiare verso la sua amata Italia ma vede continuamente sfumare questo sogno a causa della volontà di Gèrard di non abbandonare la sua cucina, vissuta più come spazio identitario che come luogo fisico. Disillusa, la donna affida le sue emozioni al canto: esattamente come accade per gli altri personaggi, la musica si presenta come un modo per esplorarne l’emotività. Fatta eccezione per Juliette Armanet, nessuno degli attori è un cantante: l’obiettivo dei numeri musicali, infatti, non è la realizzazione di un’esecuzione perfetta ma, al contrario, di restituire allo spettatore le imperfezioni e le stonature della vita stessa. Il film costruisce così l’illusione di una realtà autentica, in cui la macchina da presa diviene testimone della vita nel suo accadere, immortalando i frammenti della quotidianità dei suoi personaggi. Nel farlo, danza con gli attori, si avvicina ad essi, li avvolge mentre cantano, generando un movimento che prescinde, per la maggior parte del tempo, da una coreografia vera e propria. La centralità della musica è evidente fin dai titoli di testa che, richiamando l’estetica del karaoke, invitano direttamente lo spettatore ad unirsi ai personaggi, in un viaggio che sacrifica la spettacolarità in favore di un racconto intimo e personale.
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