Alice nelle città, il ritorno nelle sale

Dal 22 giugno torna nelle sale, in versione restaurata, Alice nelle città (trailer), a oltre quarant’anni dalla sua uscita originale. Un’occasione preziosa per riscoprire uno dei film più rappresentativi della poetica di Wim Wenders.

«Credo che l’idea di un film debba nascere da un sogno, da un sogno vero e proprio, oppure da un sogno a occhi aperti». Bastano poche parole per entrare nell’universo di Wim Wenders e nella sua idea di cinema. Il regista costruisce un immaginario introspettivo e sensibile e difende una “moralità delle immagini” fondata sul rispetto di persone, luoghi e memoria. Dopo la Road Trilogy, ambientata nelle strade della Germania Ovest, Wenders si trasferisce negli Stati Uniti, attratto dalla loro cultura visiva. Ben presto, però, prende le distanze dal cinema americano e torna in Europa, dove approfondisce le proprie radici e indaga il senso del “sentirsi tedeschi”.

Regista e sceneggiatore tedesco, Wenders debutta dietro la macchina da presa nel 1967 e firma nel 1971 il suo primo lungometraggio rilevante, Prima del calcio di rigore. Fin dagli esordi mette a fuoco i temi che segneranno tutta la sua filmografia: il fascino per la cultura statunitense, la passione per il rock e soprattutto il viaggio come esperienza esistenziale e narrativa. Da questa intuizione prende forma una trilogia informale sullo spostamento e la ricerca di sé, di cui Alice nelle città rappresenta il primo capitolo.

Realizzato tra il 1973 e il 1974, Alice nelle città (Alice in den Städten) racconta l’incontro tra Philip Winter, giornalista tedesco incapace di completare un reportage negli Stati Uniti, e Alice, una bambina alla ricerca di una città tedesca vista soltanto in una fotografia sbiadita.

Deluso dall’America e dal proprio lavoro, Philip decide di rientrare in Europa. In aeroporto incontra una donna che gli affida temporaneamente la figlia di nove anni, promettendo di raggiungerli il giorno seguente ad Amsterdam. Quando la madre non arriva, Philip e Alice iniziano un viaggio attraverso l’Europa per ritrovarla. Nel percorso si sviluppa tra loro un legame profondo, che trasforma entrambi e riattiva la fiducia negli altri e nella vita.

La presenza della bambina rappresenta la chiave del film: introduce uno sguardo esterno che riformula la percezione del reale. Come osserva Gianni Amelio, nel cinema di Wenders non emerge «né il rapporto padre-figlio (tipico del modello italiano), né la ribellione (modello francese)», ma un dispositivo narrativo in cui Alice permette al regista di «aprire uno sguardo sul mondo meno prevedibile, più aperto». In questa dinamica, il rapporto tra i due protagonisti non assume una funzione educativa tradizionale, ma genera uno spostamento reciproco dello sguardo.

Emblematica in questo senso è la fotografia che Alice scatta a Philip, accompagnata dalla frase «Per farti vedere come sei». L’immagine diventa una presa di coscienza concreta: uno sguardo mediato che interrompe la continuità dell’esperienza immediata e riorganizza la percezione del reale.

Sebbene rappresenti il quarto lungometraggio di Wenders, il regista ha spesso definito Alice nelle città il suo “vero primo film”. Durante le riprese individua infatti nel road movie la forma più vicina alla propria sensibilità. È anche la prima opera girata parzialmente negli Stati Uniti e la prima apparizione del personaggio di Philip Winter, interpretato da Rüdiger Vogler, destinato a diventare una sorta di alter ego cinematografico del regista.

Ridurre il film alla definizione di road movie risulta però limitante. In Wenders la strada non coincide con l’avventura né con il viaggio sentimentale tradizionale. Il movimento diventa piuttosto ricerca aperta, sospesa, in cui conta il percorso più della destinazione. Non a caso il film si chiude con una ripresa dall’alto dell’interno del treno diretto a Monaco: Philip dice ad Alice che, una volta a casa, riuscirà a terminare il suo articolo. Alla domanda sul futuro, la bambina non risponde. Il silenzio finale lascia il racconto aperto, trasformando il viaggio in un’esperienza incompiuta.

Girato in bianco e nero su pellicola 16 mmAlice nelle città viene realizzato tra agosto e settembre 1973 tra Stati Uniti e Germania, con numerose riprese a Wuppertal. Wenders e il direttore della fotografia Robby Müller scelgono inizialmente il formato 1,66:1, ma si adeguano al 4:3 imposto dalla televisione tedesca, coinvolta nella coproduzione.

Nel 1974 il film vince il Preis der Deutschen Filmkritik e nel tempo viene spesso accostato a Il monello di Charlie Chaplin, per la dinamica tra un adulto disorientato e una bambina che lo costringe a maturare. La collaborazione tra Wenders e Robby Müller, destinata a proseguire in dodici film, definisce inoltre un’estetica che influenzerà profondamente il cinema tedesco contemporaneo.

Tra le curiosità meno note, raccontata dallo stesso Wenders nel commento audio con Rüdiger Vogler e Yella Rottländer, c’è la scena in cui Philip guarda in televisione Alba di gloria (1939). La scelta non deriva da una decisione artistica precisa: il film era semplicemente quello trasmesso in quel momento. Wenders avrebbe preferito un’altra pellicola, ma durante le riprese non disponeva di un videoregistratore per sostituire il programma in onda.

Alice nelle città resta, a distanza di decenni, un’opera che non perde intensità né necessità. Continua a occupare un posto centrale nel cinema di Wenders e a rappresentare un equilibrio raro tra sensibilità e rigore. Un film che appartiene alla storia del cinema e, insieme, a chiunque scelga di attraversarlo con lo sguardo.


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